di Fabio Giuseppe

Black Sabbath: la Recensione dell’Album Born Again


 

07/08/1983, i Black Sabbath dopo il burrascoso divorzio con Dio e VinnieAppice (rispettivamente voce e batteria), partoriscono con una formazione da capogiro la loro nuova creatura: Born Again.

born again album black sabbath

Con i nuovi reclutati, la critica di tutto il mondo pendeva letteralmente dalle loro labbra, infatti vediamo il rientro dopo un periodo di disintossicazione per problemi con l’alcool, il batterista storico Bill Ward, ed alla voce un nome leggendario: IanGillan. Quest’ultimo assoldato dal mefistofelico Tony Iommi con un piano più che diabolico. Propose a Gillan un’allegra serata in un pub, in compagnia di una miriade di pinte, col semplice intento di farlo ubriacare, poi a lucidità molto limitata proporgli di firmare un contratto con i Sabbath. Risultato? I Black Sabbath avevano un nuovo cantante.

Gillan venne informato di tutto il mattino seguente, ricevendo una chiamata da parte del suo manager, il quale furibondo gli raccontò tutta la strana vicenda. Ma immediatamente i quattro si mettono a lavoro, ed il risultato che ne scaturisce è un buon album. Un disco, che innanzitutto ha bisogno di essere ascoltato con la mente libera dal pensiero che alla voce ci sia Ian Gillan (poichè resto sempre dell’opinione che quest’ultimo, la sua dote l’abbia irrimediabilmente lasciata nell’estenuante tournee nel paese del sol levante con i Purple), e soprattutto munirsi di un po’ di pazienza per i vari ascolti di cui ha bisogno. Vari ascolti perché a primo impatto con un mixeraggio poco più che scadente, ci perderemmo l’ottimo lavoro svolto da Butler (basso), che sembra essere stato registrato in una caverna, e per concludere, non assaporeremmo in pieno quel pregiato tocco che Bill Ward in ogni brano ci offre; tanto quella batteria abbia un sound a tratti ferroso, e in alcuni istanti anche fin troppo ovattato. Ma lasciamoci alle spalle per un po’ questi problemi tecnici, ed andiamo ad analizzare le canzoni contenute all’interno di questo lavoro. Appena il disco parte con trashed, senza nemmeno lasciarti il tempo di accomodarti, i Black Sabbath ti sferrano un pugno allo stomaco.

Gruppo Metal Britannico Black Sabbath

T’immobilizzano a terra, e con quello che sanno fare meglio di tutti: il metal, ti lasciano senza fiato. Il brano è una cavalcata ed il biglietto da visita di Gillan non tarda ad arrivare; due brevi acuti stile child in time, che ti fanno benedire con corna al cielo la sbornia pre-contratto. La canzone prosegue dritta, lineare, con quel mid tempo nettamente sabbattiano, fino ad accomodarsi in un melodico bridge per poi sprofondare nel classico ed arcigno solo di sua maestà Tony Iommi. A seguire c’è il primo dei due filling contenuti nell’album, che immediatamente appoggia sull’ascoltare quel mistico velo d’oscurità, con in sottofondo un cuore che pulsa uno stato di agitazione e paura per l’arrivo della prossima canzone: Disturbing The Priest. Questo brano ti accoglie immediatamente col suo mantello oscuro, appoggiatoti addosso dalla diabolica risata di Gillan ed un arpeggio proveniente direttamente dal demoniaco estro del mancino chitarrista. Una canzone scritta appositamente per le tonalità di Gillan, che con la sua ugola graffiante ed incisiva, si adatta bene anche al basso pulsante di Butler.

A seguire troviamo l’ultimo e breve filling che sembra provenire direttamente da un angolo qualsiasi dell’inferno, e propone con un inchino l’entrata del prossimo brano: Zero The Hero. Con questa canzone Tony Iommi sfoggia l’ennesimo mastodontico riff, e con fare spavaldo sembra che stia gridando all’intero mondo dei musicisti metal: “signori e signore fatevi avanti e fatemi sentire se sapete far di meglio”. Infatti Slash dei Guns’ N’ Roses, per non essere bacchettato non si scompone affatto, e in Paradise City riporta con un vergognoso “copia e incolla” l’intero riff di questa canzone. Ma come si dice, solo i geni copiano….e noi con un sorriso sarcastico glielo lasciamo credere. Da questo brano intuisco che Gillan lo utilizzerà come spunto per altri suoi futuri brani con i DeepPurple (Any Fule Kno That), e Iommi va a ripescare un solo che sembra essere preso direttamente da Heaven And Hell.

Black Sabbath 1989

Ma a conti fatti resterà sempre un ottimo brano soprattutto nelle esibizioni live. Proseguendo il nostro percorso, c’imbattiamo nell’aggressiva Digital Bitch. Un brano che scatenò le furie del vecchio manager del gruppo, perché la protagonista descritta si ritiene fosse sua figlia Sharon Arden, ex groupie ed attuale moglie di Ozzy Osbourne. Gillan, dal canto suo non rilasciò mai notizie precise sull’identità di questa“meretrice digitale”, ma mantenne sempre viva l’accusa, rispondendo alle domande dei giornalisti con l’ironica frase: “è sicuro che, sia la ragazza che suo padre non appartengono al mondo dei computer”. La canzone è il classico esempio di hard rock, con un graffiante riff di chitarra, e un ottimo lavoro di basso. Il problema principale resta la produzione, sulla quale in precedenza avevamo anche chiuso un occhio, ma su questo brano è impensabile ascoltare una batteria che ha il suono di una scatola di metallo sfondata, ed il basso perso nelle profondità di una caverna, dal quale si intuisce vagamente il lavoro mostruoso fatto da Butler su questo brano. Per fortuna, ascoltiamo un Gillan a proprio agio, dove capisce di non dover strafare e restare semplicemente su tonalità medie. La track seguente è quella che da il titolo all’album e senza alcuna ombra di dubbio un capolavoro indiscusso.

Una canzone che immediatamente ci proietta, grazie anche ad un distorto arpeggio di chitarra, il periodo che la band ha vissuto dopo lo dipartita di Appice e Dio. Un periodo metaforicamente paragonato ad uno scenario post apocalittico, dove tutti gli ultimi successi discografici (Heaven And Hell, MobRules, Live Evil) sono come sepolti dalla desolazione e la violenza dei propri rispettivi egoismi. 6 minuti e 30 di pura introspezione personale, dove il modo migliore per concludere è un affascinante e malinconico solo, proveniente dall’oltretomba di ogni nostra esperienza. A concludere questa recensione, andiamo a toccare le ultime due canzoni di questo album: Hot Line e Keep It Warm. Due track per niente male, ma una volta ascoltate ti scivolano addosso più dell’acqua. Molto probabilmente il nostro Dante le avrebbe inserite nel girone degli ignavi; quindi non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

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