di Valeria Panzeri in

Blue Whale analizzato dalla psichiatra Gloria Faraci: fra eroismi distorti, fenomeni analoghi già visti e approssimazioni


 

Abbiamo fatto analizzare il Blue Whale e tutte le derive – spesso approssimate – che ne stanno conseguendo, dalla psichiatra Gloria Faraci, perfezionata in discipline criminologiche

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Il Blue Whale, balzato alle cronache recentemente in seguito a un servizio de Le Iene, è al momento uno dei fenomeni maggiormente discussi sia dai media che dall’opinione pubblica. Attorno a questa pratica inquietante si è convogliata un’attenzione altissima che, spesso, ha condotto a qualche approssimazione che ha portato le stesse forze dell’ordine a precisare – a seguito di disparate segnalazioni – che nemmeno la metà dei casi portati alla loro attenzione avesse realmente connotati riconducibili a questa sadica e pericolosa istigazione al suicidio cybernetica. Ciò significa che il rischio nel quale incorriamo, soprattutto come organi di informazione, è quello di fare di tutta l’erba un fascio oppure, prospettiva ancor più colposa, banalizzare – seppur involontariamente – una forma di disagio che sfugge alle facili classificazioni e ci ricorda che il Blue Whale è uno dei tanti volti di un fenomeno che esiste da tempo. Basti pensare, limitandosi esclusivamente ai casi più recenti, al Blackout game –  diffuso negli States – che ha fatto registrare la morte per asfissia auto indotta di molti adolescenti che si sono volontariamente soffocati filmandosi o fotografandosi durante l’atto. E come trascurare il fiorire di gruppi pro anoressia che inneggiano a una mortificazione corporale e all’insano deperimento fisico? Per questo motivo si rende doverosa un’analisi più approfondita atta a scongiurare demagogiche classificazioni che non mettono realmente al riparo da pericoli e ossessioni. Ci siamo quindi rivolti alla psichiatra Gloria Faraci, perfezionata in discipline criminologiche, che ci ha fornito un’analisi psicopatologica della questione.

I criminologi si sono occupati di studiare il fenomeno del Blue Whale? Se sì cosa è emerso?

Si tratta di un fenomeno con severe connotazioni antisociali che necessita ancora d’indagini interdisciplinari e approfondimenti psichiatrico-forensi. La complessità e l’entità criminologica di qualunque episodio di istigazione al suicidio, specialmente quando amplificate da risonanze di massa, meritano uno studio  sistematico che dovrebbe tenere conto non solo dei casi già documentati ma anche del potere suggestivo del cosiddetto “effetto Werther”, locuzione coniata da David Phillips, e tratta dal romanzo di Goethe “I dolori del giovane Werther”, per descrivere le associazioni epidemiologiche statisticamente significative tra narrazioni mitizzate di suicidi (reali o inventati) e contemporanea impennata dell’incidenza degli stessi nella popolazione, come, per esempio, capitò contestualmente alla morte di Marylin Monroe. Tuttavia, come fece notare Jerome A. Motto, perché si verifichi l’effetto Werther non basta la fascinazione, ciò che è fondamentale è l’identificazione con la figura suicida. Quindi il processo criminogeno manipolatorio nel blue whale sfrutta due meccanismi evoluzionistici ubiquitari di per sé altamente adattivi nella psicodinamica umana: la necessità di “affiliazione al gruppo” (senso di appartenenza) e l’esplorazione dell’identità individuale. L’ostico problema del riconoscimento delle vittime o dei soggetti a rischio dipende anche da questo conflitto concettuale anti-intuitivo, un tranello tautologico piuttosto insidioso.

Si evidenzia, in svariati contesti mediatici in cui si parla delle giovani vittime del Blue Whale, che si trattasse di adolescenti sereni, senza alcun problema psicologico. Può davvero essere così facile irretire e plasmare dei giovani oppure è evidente che chi cade nella rete suicida e autolesionista abbia già qualche problematica pregressa?

I temperamenti suggestionabili, specialmente quando ancora in corso lo sviluppo psico-fisico, sono caratterizzati da ipersensibilità affettiva e conseguente tendenza all’impressionabilità, peculiarità che li espongono al condizionamento ed influenzamento di qualsiasi stressor ad alto impatto emotivo, nel bene e nel male. A suscitare perplessità generale è l’aspettativa logica comune che immagina tra i giovani candidati a cadere in trappola quelli popolarmente considerati più fragili e cupi, in realtà, l’articolazione ritualistica delle numerose tappe del blue whale, la partecipazione di altri coetanei, gli aspetti dimostrativi (tra cui la condivisione sui social) e dettagli descrittivi delle personalità delle vittime, emersi dalle varie testimonianze, volti a definirne l’idealizzazione, fanno pensare a distorsioni cognitive ipertrofiche e pseudo-eroiche (risultano esemplari in tal senso espressioni riportate per delineare le vittime quali “la scintilla”, “la regina”, ecc.). L’altro dato empirico di rilievo emerso è la prevalenza nel sesso femminile, statistica grossolanamente sovrapponibile a quella osservata nelle sindromi post-traumatiche e affini (shock post-traumatico da stress, disturbo borderline di personalità, disturbi della nutrizione, disturbi conversivi, ecc.). Questa osservazione suggerisce la necessità di studiare, anche con metodo induttivo e non unicamente deduttivo, possibili marker psicopatologici trans-nosografici predittivi di suscettibilità al fenomeno del blue whale. Per esempio, analizzando la fenomenologia dei disturbi della condotta alimentare, la letteratura scientifica ha evidenziato tratti di personalità perfezionistici, alessitimia e deficit d’identità, dimensioni apprezzabili anche dai siti web “Pro-Ana” dove con ordine ossessivo vengono sostenuti e valorizzati schemi rigidi anoressizzanti, sfide seduttive pericolosissime per giovani donne con acerba padronanza di se stesse. Inoltre, dato ancora più interessante, la prima causa di morte delle persone che soffrono di anoressia nervosa non risulta il deperimento organico o le complicanze internistiche, ma il suicidio. Tali disturbi sono la prima causa di mortalità di tutte le patologie psichiatriche e coinvolgono una fascia della popolazione giovanissima, spesso dotata di quozienti intellettivi sopra la media, risorsa umana potenzialmente dirottabile da un esito infausto a una prognosi brillante. L’impatto sociale di tutti questi fenomeni, pertanto, è gravissimo, e richiede un’attenzione inter-diagnostica con il fine di individuare endofenotipi multidimensionali più sensibili e specifici. Questo potrebbe essere un efficace monitoraggio dei “casi sentinella” predisposti alla suggestione di tutti i comportamenti autolesionistici e anticonservativi.

Nella storia criminale è possibile rintracciare un fenomeno simile di organizzazione suicida a danno di uno specifico target?

Mi viene in mente “Jonestown” e il “Tempio del Popolo” di Jim Jones che nel 1978 persuase 909 persone ad avvelenarsi con un cocktail a base di cianuro in nome di una sorta di purificazione mistico-religiosa nella giungla del Guyana. Nel caso del blue whale, tuttavia, non vi è ancora sufficiente chiarezza sul livello di strutturazione di tale criminalità cibernetica.

Il Blue Whale prevede una serie di compiti da portare a termine durante la fase preparatoria al suicidio fra cui alzarsi alle quattro di notte, visionare filmati violenti, autoinfliggersi mutilazioni e ferite, isolarsi e immergersi in questo mondo parallelo. Indulgere in questi processi e attività può minare così tanto l’equilibrio mentale?

Decisamente sì. E’ un programma finalizzato all’induzione e al mantenimento di stati dissociativi continui ingravescenti, restringimenti del campo di coscienza, fenomeni crepuscolari della mente che, per definizione, interrompono l’integrità delle funzioni intellettive.

Che profilo potrebbero avere i soggetti che hanno ideato questo sadico gioco, cosa potrebbe muoverli?

Ogni grave comportamento criminale messo in atto in modo organizzato con scadenti manifestazioni di empatia o competenza emotiva, e preservazione del riconoscimento del disvalore sociale derivante, è delineabile come “psicopatico”. Le motivazioni soggettive che spingono individui con spiccati tratti di psicopatia ad autodeterminarsi con freddezza contro il libero arbitrio altrui hanno qualità capricciose, dissintone, squisitamente egoiche, a tratti dereistiche. Il soggetto manifesta spesso una mimica non congrua all’intensità emozionale dei contenuti riferiti, svelando una sorta di “belle indifférence”. A volere essere ancora più onestamente indaginosi bisognerebbe notare come la stessa dissintonia dei soggetti psicopatici sia spesso riscontrabile anche nei fenomeni dissociativi. Il signor Philipp Budeikin ha dichiarato lucidamente (apparentemente) “di selezionare gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società”, scotomizzando, tuttavia, il potenziale irriproducibile della libera scelta, della capacità di intendere e di volere, che è facoltà personale e non generalizzabile, espressione umana della padronanza individuale di stati d’animo, problem solving e programmazione/previsione a lungo termine. Quindi, di fatto, il suggestionato dissocia entrando in uno stato mentale oniroide quasi automatico (coscienza ristretta) come lo psicopatico sceglie di non integrare informazioni che non diano un vantaggio secondario squisitamente soggettivo (quasi sempre a danno dell’altro).

Dove sta sbagliando, se sta sbagliando, il fronte mediatico quando parla di questo fenomeno? Quali imprecisioni o approssimazioni possono rivelarsi dannose?

Non lo chiamerei gioco né tanto meno moda, come ho ripetutamente letto. Il blue whale non va né enfatizzato né, all’opposto, minimizzato. Maggiori sono l’ambivalenza, l’estetizzazione, il mistero echeggiati tra le varie fonti mediatiche, maggiore è la probabilità di essere inconsapevoli complici dell’effetto Werther.

 

Referenze:

Dott.ssa Gloria Faraci, Dirigente Medico Psichiatra, ASST Santi Paolo e Carlo – Unità Operativa Complessa di Psichiatria, presidio ospedaliero San Carlo – Milano

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