di Alessandro Cirinei

Calcolo della pensione, impietoso il taglio nel 2013


 

In molti nell’anno di Monti non hanno avuto molto da ridire sulle pensioni, tuttavia dal 2013 entrano in vigore i nuovi coefficienti per il calcolo delle pensioni inps che verranno allineati in proporzione alla crescita della speranza di vita e quindi si ridurranno del 3%

Questa notizia era già nota, sebbene i pensionati tendono a guardare con attenzione i propri assegni preoccupandosi poco del futuro. Ciò è che meno noto è il fatto che la recessione che ha colpito il paese di recente, andrà ad influenzare negativamente le pensioni. Il prossimo anno e fino a tutto il 2014, i nostri contributi non avranno nessuna rivalutazione e pertanto il rendimento della pensione verrà ridotto.

E’ importante fare un distinguo. Chi ha iniziato a lavorare nel 1996 e che quindi ha fornito un contributo puro subira “in toto” gli effetti negativi dei nuovi coeffecienti e della recessione. Per chi invece appartiene al sistema “misto”, ossia nel 1995 aveva meno di 18 anni di versamenti, avrà una riduzione minore ma comunque significativa. Per i lavoratori che sono vicini alla pensione, le ripercussioni saranno molto minori anche se si sentiranno.

Ma come si calcola la pensione a partire dal 2013? I versamenti dei contruibuti si accumulano annualmente e si rivalutano seguendo un tasso che dipende dalla variazione media del PIL nominale su un periodo di cinque anni. Il capitale diventa rendita pensionistica con i famosi coefficienti che per ora vengono revisionati ogni tre anni ma presto il calcolo diventerà biennale seguendo l’andamento demografico. E’ evidente che il fatto che la pensione dipenda dalla crescita del PIL e dall’inflazione avrà effetti negativi, considerato il quinquennio appena passato. Facendo un rapido calcolo emerge infatti che nel 2013 e poi nel 2014, la rivalutazione sarà pari a zero (circa lo 0,1%).
L’aspetto positivo riguarda il fatto che la pensione sarà più allettante per chi lascia il lavoro ad età più avanzata e, a partire dal prossimo anno, questo margine potrà superare il 15%.

La notizia non è certo positiva ed è evidente come la ripresa economica stia alla base anche di un futuro più allettante per i pensionati. La stessa Ragioneria di Stato ha evidenziato come il rapporto tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico per un individuo di sessantotto anni e 38 di versamenti di contributi è previsto essere il 70,7% nel 2020, circa mezzo punto in meno rispetto alla stessa stima fatta poco tempo fa, quando il governo Monti era più solido e le aspettative di ripresa più elevate.

In vista delle elezioni di Febbraio è fondamentale un programma focalizzato sulla lotta alla crisi economica con un chiaro riferimento a quella che sarà la politica sulle pensioni. Cinque anni per calcolare la rivalutazione dovrebbe infatti essere un periodo sufficientemente lungo ma se la crisi perdura saranno dolori e c’è sempre il rischio che il numero degli esodati cresca.

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