di Maria Concetta Distefano in ,

Counseling: come diventare counselor in Italia e cosa significa aiuto umanistico [INTERVISTA ESCLUSIVA]


 

“Il counseling in Italia è una professione non regolamentata in ordini e collegi, può essere esercitata da chi ha le conoscenze, le abilità e le competenze per farlo”, così si esprime Sergio Giannini esperto counselor formatore di sedi ASPIC della Toscana.

Counseling relazione d'aiuto

La professione di counselor, sempre più riconosciuta a livello sociale per la sua funzione di ricerca della realtà antropologica e quindi delle relazioni tra gli esseri umani e della loro capacità di autodeterminarsi ed evolversi, trova la contrapposizione corporativa di una parte degli psicologi, anche per una legislazione carente che tutela poco le professioni non regolate. A questo proposito abbiamo intervistato Sergio Giannini, Counselor Formatore e Supervisore iscritto REICO (Associazione Professionale di Counseling). Specializzato in Art-Counseling e Draming®. Ha integrato nella propria formazione le metodologie del lavoro sull’attore e di counseling espressivo elaborando uno stile operativo personale. Si occupa di formazione dei counselor, nelle sedi ASPIC della Toscana.

I counselor in Italia possono esercitare la loro professione come nel resto d’Europa?
Il counseling in Italia è una professione non regolamentata in ordini e collegi, può essere esercitata da chi ha le conoscenze, le abilità e le competenze per farlo. Un punto fermo del nostro ordinamento giuridico è che tutto ciò che non è espressamente vietato è permesso. Nel diritto penale esiste il cosiddetto principio di legalità: tutto ciò che è vietato, deve essere ben descritto da una legge dello Stato. Per il counseling, a oggi non esiste una legge che vieta l’esercizio della professione. Esiste la legge 4/2013 la quale ribadisce che: chiunque voglia esercitare una professione non regolata può farlo. La professione di counseling esercitata da counselor professionisti anche in Italia non è vietata quindi e lecita e permessa.
Nei Paesi Europei il counseling è esercitato comunemente da counselor professionisti con regolamentazioni differenti per i vari Stati che comunque sono accomunate dal rispetto delle linee guida dettate da European Association for Counselling (EAC)”

I counselor hanno una formazione teorica, ma soprattutto esperienziale, attraverso quale percorso si diventa counselor ?
In Italia la formazione in counseling viene erogata da trent’anni prevalentemente da scuole private, recentemente sono state attivate collaborazioni tra Università e scuole private che erogano Master di secondo livello in counseling. La metodologia di insegnamento e apprendimento si fonda sul principio di equilibrio tra conoscenze, abilità e competenze, ovvero le scuole più professionalizzanti focalizzano in egual modo sul sapere, saper fare e saper essere del counselor. Questo comporta che due terzi della formazione verte su attività esperienziali dove gli allievi si esercitano per tutto il triennio formativo con propri compagni e colleghi alla gestione del colloquio e del processo di counseling.
Nel terzo anno di corso gli allievi iniziano il tirocinio della pratica professionale sotto la supervisione dei Didatti supervisori della scuola. Al termine del percorso di monitoraggio e di supervisione, superati esami scritti e prove pratiche, ottengono il diploma di counselor professionista che consente l’iscrizione all’Associazione Professionale di Counseling nel rispetto delle linee guida della L.4/2013
Questo sistema formativo teorico esperienziale integrato, insieme alla supervisione e la formazione continua richiesta al counselor, determina nel counselor competenze ed efficacia ed insieme garantisce e tutela il cliente”

Al momento le associazioni di categoria garantiscono un profilo professionale di qualità dei loro iscritti, cosa ci si aspetta dal legislatore italiano?
Le associazioni di categoria del counseling esistenti fin dagli anni 90 hanno rappresentato un sistema di autoregolamentazione e garanzia a tutela del cliente. Attualmente gestiscono gli esami di ammissione, certificano i livelli di competenza del counselor, monitorano la formazione continua e la supervisione professionale per il mantenimento dell’iscrizione, la tutela del consumatore, e adottano provvedimenti disciplinari nel caso di infrazione al codice etico e deontologico.

Lo stato con la legge L.4/2013 ha già fatto il necessario, normando in merito alle professioni non regolamentate in ordini e collegi.
Quello che come professionisti della relazione di aiuto ci aspettiamo è un’evoluzione culturale che allinei le varie forme di intervento di aiuto alla contemporaneità. Questo passaggio culturale è auspicato particolarmente nei confronti di alcune associazioni di psicologi che disconoscono il diritto di esistenza di altre figure professionali che si occupano di relazione di aiuto nell’ambito della salutogenesi. C’è nella nostra società una domanda di aiuto che riguarda il mantenimento della qualità della vita e l’evoluzione in termini personali, relazionali e sociali, tutto questo non deve essere necessariamente medicalizzato.

Auspico che venga riconosciuto che ogni individuo è il migliore esperto di se stesso, ed è libero di poter decidere l’approccio ai propri desideri, difficoltà e problemi nel modo che ritiene più appropriato ai propri bisogni. Libero di rifiutare la medicalizzazione di ogni difficoltà che le la vita gli pone davanti”.

I counselor italiani sono coesi nelle richieste allo Stato?
“Per rispondere alla domanda faccio riferimento a una frase di Don Abbondio “Io non son nato con un cuor di leone… Il mio sistema è di scansar tutti i contrasti e di cedere, in quelli che non posso scansare…”, questa mi sembra sia stata fino ad ora la posizione del mondo del counseling rispetto agli attacchi da parte di quegli ordini professionali che appena il counseling è divenuto una realtà sociale ha operato un’azione di sistematica delegittimazione
Penso che la cultura della relazione di aiuto non medicalizzato è giovane e allo stesso tempo molto antica, è un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Forse è giunto il tempo di abbandonare la linea di minima resistenza e affermare con forza il diritto di aiutare ed essere aiutati in una relazione paritaria, da individuo a individuo, per coltivare ancora la speranza di umanità che sa prendersi cura di se stessa”.

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