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Diario Libanese: da Beirut a Baalbek


 

Il quarto capitolo del Diario Libanese di Davide Lemmi e Sabrina Duarte ci porta da Beirut a Baalbek, tra le bellezza di antiche rovine a due passi dai cumuli di immondizia in cui vivono i profughi fuggiti dalla guerra

Casa dolce casa, Beirut si trasforma: dapprima intricato labirinto di strade dai cartelli fuorvianti a conoscente premuroso. Il venditore di scarpe, quello della frutta e quello del pane divengono i punti cardinali dove potersi aggrappare. Ma se da una parte cresce la consapevolezza dello spazio, dall’altra si perde la bussola delle origini. Il caffè arabo è forte, ha un retrogusto speziato, entra nelle narici prima ancora che poggiarsi sul palato. L’estrema ratio di questo gesto così “made in Italy” si perde.

In fin dei conti potresti soltanto assaggiare il caffè e ritenerti soddisfatto. La routine mattutina è ormai cadenzata da gesti ben sedimentati: ti svegli, controlli la mail, fai un check delle cose da fare e ti immergi nel marasma di Beirut. E’ un giovedì e il traffico sembra ancora peggiore del normale. C’è bisogno di uscire, c’è bisogno di respirare altro. La scelta cade su Baalbek, città incastonata tra le montagne ad est di Beirut. Niente taxi per raggiungere la stazione dei bus: costano troppo, i soldi vanno risparmiati e la sera prima non siamo stati troppo bravi a gestire il budget.

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La ricerca del punto di partenza dei Minivan per la Bekka diviene un’impresa. Chilometri sotto il sole, indicazioni imprecise dei locali e cambi di direzione errate, la “bus station” sembra inarrivabile. Sfiniti ci accasciamo davanti ad un Carrefour. Il destino ci è contro. La dura vita dei freelance sbatte contro la filosofia del “mai una gioia”. “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa”, recitava il titolo di un famoso film italiano in cui un giovane Alberto Sordi, imprenditore romano annoiato, si lanciava alla ricerca del cognato, scappato in Africa per sfuggire ad una vita di routine e noia nelle patrizie case della capitale.

Sarà stata l’apparizione di Sordi sulla “C” di Carrefour, oppure un ultimo briciolo di dignità, fatto sta che affrontiamo la salita che ci si paventa davanti. Stanchi e madidi di sudore un libanese sorridente ci viene incontro. “Baalbek? Bus Baalbek?”… la gioia. Il Minivan, normalmente omologato per nove posti, conducente incluso, contava all’interno 6 soldati, l’autista, l’amico dell’autista e due donne velate con tre bambini al seguite, più ovviamente noi due. Totale 15 persone e la stabilità che se ne va a farsi fottere. Immaginate la strada di montagna più molesta per il vostro stomaco che abbiate mai incontrato, aggiungete il fatto che è un’autostrada e che conta solo due corsie, una in un senso e una in un altro. Cos’è la paura di morire?

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Un triplo sorpasso in una strada a due corsie di senso opposto. I check point passano, i miei ricordi di viaggio di due anni prima affiorano nella memoria. Il controllo delle strade si è “rilassato”, le donne senza velo sono la maggioranza, non c’è traccia di Niqab o Burka. Baalbek è bellissima. La cittadina ti accoglie con i suoi meravigliosi resti romani. Le colonne, i templi, il sole che cala in lontananza, il quadro della valle lascia di stucco. Sorpresa e stupore, stupore e amaro. Amaro come quello che ti lascia in bocca la visione dei campi profughi siriani durante il viaggio di ritorno. La bellezza delle antiche rovine a due passi dai cumuli di immondizia in cui vivono i profughi fuggiti dalla guerra. Teloni e accampamenti lungo una strada. Il Libano è anche questo, il paese che chiude gli occhi e si gira dall’altra parte.

Davide Lemmi
Sabrina Duarte

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