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Diario Libanese: il giorno delle elezioni


 

Il diario di Davide e Sabrina, giovani giornalisti freelance in missione in Libano: ecco il racconto del terzo giorno a Beirut, il giorno in cui è stato eletto il nuovo presidente

Sveglia presto, le elezioni incombono. Ci sono due o tre momenti nell’arco di mesi capaci di farti risollevare, economicamente e moralmente. Un’elezione del Presidente della Repubblica rientra tra queste. L’elezione è a Beirut, la festa è a Byblos, nel Nord del paese. Dove andare? Il primo interrogativo della giornata è anche la ragione per cui non hai dormito tutta la notte. Questione di scelte, questione di impostazione del lavoro. La telecamera è carica, la macchina fotografica pure, l’Action Cam funge da paracadute di riserva. Davanti al terrazzo dell’hotel l’autostrada, la lunga lingua che collega tutto il paese, da Tripoli a Tiro, quale la direzione?

Il pulmino ci lascia sull’intersezione che entra a Byblos. Cartelli, bandiere, bambini con la faccia pitturata di arancione, il Libano aspetta l’elezione del suo 13° Presidente. C’è festa, c’è gioia, la sensazione di apatia politica italiana si lascia trascinare via: il contagio è inevitabile. Poco importa alla gente della piazza se il Libano domani si sveglierà ancora costretto nella morsa dei suoi decennali problemi, l’importante è respirare, urlare, gridare e sfogarsi. Il conto dei voti al Parlamento è accompagnato dalla ola del pubblico davanti al mega schermo.

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Tre, due, uno, la festa inizia. Bottiglie di spumante, abbracci e baci, Byblos è un tripudio di magliette arancioni, colore del partito del neo Presidente Aoun. Poco importa se l’ex Generale, e ormai “primo cittadino” del Libano, ha 81 anni, viene dalla vecchia classe politica e per arrivare al suo nuovo ruolo ha stretto accordi con chiunque: il Libano festeggia comunque. Partono i cortei di auto. Uomini e donne affacciate ai finestrini delle vetture stringono in mano bandiere e striscioni. Si suona il clacson, si spara la musica dalle casse e per un momento ci si scordano i problemi. E mentre la gioia fluisce sulle strade, i due freelance combattono con la connessione Wi-Fi. C’è da mandare il pezzo, le foto e il servizio video. L’aiuto arriva da un triste e poco frequentato Dunkin Donuts alle porte della cittadina libanese.

La rete regge e il lavoro parte in direzione Italia. L’email di risposta dalla redazione è una doccia fredda: troppa cronaca, troppo poca analisi, in sintesi un lavoro superficiale. Fuori dalle finestre del residence cala la notte e i cortei cominciano a scemare, c’è da rifare tutto, l’articolo va riformulato da zero. La corsa contro il tempo finisce un’ora più tardi. Usciamo, è ormai ora di cena, i nostri amici libanesi del ristorante “Chaz Kebab” Theresia e Talal ci aspettano, vogliono salutarci prima del definitivo trasferimento a Beirut. Quattro chiacchiere e due risate per non pensare al primo fallimento libanese.

Davide Lemmi
Sabrina Duarte

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