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Diario Libanese: i Siriani, profughi “non riconosciuti”


 

Il Diario Libanese di Sabrina Duarte e Davide Lemmi arriva al suo quinto capitolo: si parla dei profughi Siriani e dei loro “campi”, non riconosciuti ufficialmente dal governo libanese

E’ bastato uno sguardo. Non c’è stato il tempo di cogliere i dettagli seduti a bordo del mini bus che a gran velocità si allontanava da Baalbek in direzione Beirut. Ma ciò che abbiamo visto in quell’attimo fuggente ci è bastato a non farci pensare ad altro per buona parte del viaggio. Una distesa di baracche, troppo vicine le une alle altre, tirate su alla buona e sistemate su un pezzo di campo fangoso e polveroso. I profughi siriani vi si aggirano all’interno, sono giunti qui per fuggire dalla guerra che ha distrutto le loro case, attraversando le montagne che dividono la Valle della Bekaa dalla Siria.

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Io e Davide ci guardiamo negli occhi: “Avranno l’acqua? E i servizi igienici? Come si può vivere così?” Le domande, scontate, banali, sorgono spontanee, ma la risata di un bambino che in quel degradante contesto gioca con i suoi amici mi distoglie dai miei interrogativi. A dare colore a quel triste ambiente, che come una fotografia mi passa velocemente davanti, è un’immenso cumulo di immondizia ammassato accanto all’accampamento. Quelle buste colorate sono l’ultima cosa che vedo prima di lasciarmi tutto alle spalle. La tristezza, e l’amarezza invece me le porto fino a casa.

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I campi dei siriani non sono riconosciuti ufficialmente dal governo libanese; i rifugiati che si sono stabiliti in queste micro tendopoli vivono nella paura costante di essere rispediti a casa o arrestati, per questo raramente si allontanano dal perimetro del campo che finisce così per trasformarsi in una specie di prigione. I numeri, non ufficiali, parlano di circa 1 milione e mezzo di profughi siriani giunti in Libano dall’inizio del conflitto, è questo il dato che si legge ovunque. Ma un dato è solo un numero, e seppur considerevole, non può raccontare la tristezza, lo squallore, la miseria che abbiamo colto noi in pochi secondi, per questo torneremo li. Io e il mio collega saremo presto in mezzo a quelle persone per trasformare i numeri in storie, quelle di chi sogna di tornare a casa e di ricominciare il più presto possibile una vita normale.

Sabrina Duarte
Davide Lemmi

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