di Maria Paloschi in ,

Il diritto di contare, recensione: un film corale sul pregiudizio


 

Il diritto di contare mette in scena la storia di una sorellanza contro la discriminazione, confezionando un perfetto film per famiglie.

Il diritto di contare

Quando ci viene presentato un film storico circa le menti brillanti, lo spettatore tutto si può aspettare fuorché quello che viene proposto ne Il diritto di contare. La mente del pubblico va sicuramente nella direzione di pellicole come A Beautiful Mind o La Teoria del Tutto, insomma all’idea dell’inaccessibile genio matematico, informatico o fisico teorico che in qualche misura è un personaggio decisamente sopra le righe. Il diritto di contare ci presenta invece tutt’altra storia: i nodi attorno a cui si dipanano le vicende delle protagoniste sono la lotta e la forza di volontà, ma non di gloria individuale. Ambientato nel 1960 in Virginia, il film si basa sulle vicende di tre donne afroamericane, impegnate nei calcoli per la NASA riguardanti diverse missioni spaziali, tra cui la celebre missione di John Glenn. Queste donne -Katherine Johnson, Mary Jackson, e Dorothy Vaughan- hanno due caratteristiche in comune: l’intelligenza e la discriminazione di cui sono vittime.

La pellicola si ispira al libro Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly, che narra, appunto, la storia vera della matematica, scienziata e fisica afroamericana Katherine Johnson, che collaborò con la NASA tracciando le traiettorie per il Programma Mercury e la missione Apollo 11. Non è errato, però, affermare che le protagoniste siano tre: Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe; appare chiaro fin dall’inizio, infatti, che la pellicola ha intenzione di presentarci una coralità e non un’eroina solitaria. Katherine è si la protagonista apparente del film, ma la sua storia è strettamente intrecciata con quelle di Mary (Janelle Monáe) e Dorothy (Octavia Spencer). Il personaggio di Katherine è completato da Mary che deve superare strati di ostacoli burocratici e razzisti nel suo tentativo di diventare un ingegnere e da Dorothy che si batte per una promozione attesa da tempo, mentre l’arrivo di una macchina IBM minaccia di lasciarla senza un impiego.

Il motivo della presenza di tre figure cardine e non solamente di un’eroina deriva proprio dal taglio e dalla pretesa della pellicola: non si tratta di un film sulla genialità, bensì sull’emancipazione, tematica che meglio si presta ad essere rappresentata da un gruppo di individui e non da un singolo personaggio. Sarà proprio la stessa Katherine a sottolinearlo: “Qualsiasi movimento verso l’alto è il movimento per tutti noi. Non è solo il movimento per me“, si tratta di una frase che potrebbe facilmente passare in sordina, ma che forse racchiude la pretesa dell’intera pellicola. Lo script di Melfi e Allison Schroeder sceglie di non soffermarsi molto sui particolari della scienza aeronautica, mentre si crogiola nella vita privata dei suoi soggetti, nei loro successi sia dentro che fuori l’ufficio. L’intento è certamente quello di dare vita ad una pellicola edulcorata che generi una forte empatia nello spettatore, lo dimostrano e sottolineano le musiche, sempre volte a generare sensazionalismo nei momenti clou e sconforto nelle scene di maggior abbattimento per le nostre protagoniste. Non solo, Kevin Costner e Kirsten Dunst calzano a pennello nel ruolo dei datori di lavoro “bianchi”, totalmente opposti nelle abitudini alla genuinità delle nostre eroine quasi disneyane. Insomma, non mancano certo i cliché in un film il cui intento è chiaramente quello di ottenere un riscontro emotivo da parte dello spettatore e quindi rendere concreta la possibilità di far provare a diverse persone la gioia e il dolore con le nostre protagoniste. La piega sociologica ed educativa del film tende però a scadere nel didascalico abbandonando le questioni più scomode per adagiarsi sulla più rassicurante tematica sorellanza confezionando un buon film per famiglie.

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