in

Elena Ceste intervista esclusiva all’avvocato di Michele Buoninconti: “Non è stato omicidio”

Elena Ceste è stata uccisa o è morta accidentalmente? Questo il nodo cruciale che anima l’intricata vicenda giudiziaria che vede imputato Michele Buoninconti, che si professa innocente nonostante sia stato condannato in primo e in secondo grado a 30 anni di reclusione per l’omicidio della moglie e l’occultamento del suo cadavere. L’uomo è in carcere da tre anni ormai, e si definisce vittima di un clamoroso errore giudiziario, di un processo indiziario.

Crede nella Cassazione – che si pronuncerà nel maggio prossimo – e spera che il ricorso presentato dai suoi legali sortisca l’effetto sperato. UrbanPost ha seguito tutte le tappe di questo caso, raccontando i fatti, mettendo in luce gli elementi portanti del quadro accusatorio a carico di Buoninconti. Stavolta invece ha voluto dare voce alla difesa dell’imputato, al fine di fornire – com’è giusto che sia – una visione più ampia e completa della vicenda. Abbiamo chiesto all’avvocato Giuseppe Marazzita, che insieme al collega Enrico Scolari difende Michele Buoninconti, perché l’imputato dovrebbe essere assolto e quali sono i punti nodali del ricorso in Cassazione.

L’intervista esclusiva di UrbanPost:

Avvocato Marazzita, in merito al vostro ricorso la Cassazione si pronuncerà il 7 maggio prossimo. Siete ottimisti? Pensate di poter ribaltare le due sentenze di condanna?

“Noi riteniamo di sì, che la possibilità ci sia. Chiaramente nessuno può avere la certezza e valutare le probabilità però certamente gli ‘spazi’ ci sono. La debolezza dell’accusa sta fondamentalmente in due elementi: il primo è che non esiste la prova del fatto che la povera moglie di Michele Buoninconti, Elena Ceste, sia stata uccisa. E questo non è un fatto marginale: l’autopsia e la relazione medico legale che è stata acquisita agli atti, attesta che quel corpo non ha nessuna traccia di violenza. Ciò significa che non c’è il segno di ferita da arma bianca (coltello ndr), che non c’è un colpo da arma da fuoco, che non ha ingerito o le sono state iniettate sostanze tossiche, non ha colpi alla testa, non c’è un danno in nessun organo, in nessuna parte del corpo. Questa consulenza, poi, conferma che manca il collo della donna, perché a causa dei nove mesi in cui il cadavere è rimasto nel rio Mersa si è persa la parte relativa al collo, e quindi loro (la pubblica accusa ndr) dicono ‘non possiamo escludere che sia stata strangolata’ … questo si può dire di qualunque corpo a cui manchi un pezzo … I giudici ricostruiscono questo sostanzialmente facendo un ragionamento ‘al contrario’, escludendo che l’opposto sia impossibile e quindi per forza deve essere andata così. Ora, al di là della debolezza di questo tipo di argomentazione nel processo penale nel quale non io, ma la legge, prevede che si debba avere la certezza della prova d’accusa, insomma, occorre dimostrare – al di là di ogni ragionevole dubbio – che le cose siano andate esattamente come dice l’accusa e che qualunque elemento di dubbio debba invece portare all’assoluzione. E qui io credo che il dubbio ci sia, ecco, e loro lo ‘superano’ dicendo ‘non è pensabile che una donna una mattina ‘impazzisca’, si spogli nuda e vada a morire in un canale a pochi metri da casa sua’. Ora, fermo restando che vicende penali di questo tipo, che finiscono in questo modo, sono assolutamente anomale e non possono essere valutate nei canoni della normalità – perché non è nemmeno normale che un marito uccida la moglie dall’altro lato, no – però purtroppo questi comportamenti, e quindi crisi dissociative che poi portano ad allontanamenti (e anche al denudamento), sono ampiamente documentati nella letteratura psichiatrica. 

Elena sarebbe stata in preda ad un delirio psicotico, su cosa si basa la vostra tesi? 

“Allora, la sorella il giorno prima disse di averla sentita ‘molto strana’ e cito le sue parole: “Elena mi disse ‘c’è qualcosa nella mia testa che non va'”. Questo dice la sorella di Elena Ceste riferendosi al giorno prima (23 gennaio 2014 ndr); Elena quella mattina, contrariamente a tutti i giorni, non accompagna i bambini a scuola, perché come spiegano i bambini si sente male, ha mal di testa e non aveva dormito, ed era in uno stato di grande sofferenza. Certamente quella mattina il marito dopo aver portato i bambini a scuola va dal medico per prendere un appuntamento per lei che non si sentiva bene, gli elementi sono tanti e poi ci sono anche tante altre testimonianze che riferiscono di questo; e poi Elena aveva una personalità complessa, era una donna frustrata, aveva tre relazioni extraconiugali che nascondeva al marito, era da un lato chiusa e bigotta e dall’altro poi consumava questi rapporti una volta in macchina, una volta a casa, (i tre uomini sono stati interrogati, uno di loro Elena lo portò a casa e consumarono un fugace rapporto). Non erano rapporti vissuti con sentimento – perché ci può anche essere un rapporto extraconiugale – ma dei modi per fuggire da una vita certamente faticosa, perché questi due coniugi avevano quattro figli, c’era solo il reddito di Michele Buoninconti, risparmiavano su tutto al punto che erano loro a tagliare i capelli ai bambini. La loro era una vita molto morigerata, Michele Buoninconti molto religioso, quindi dava anche molte regole, era un padre di famiglia anche abbastanza rigido, e questa donna probabilmente si trovava stretta in quella realtà, ecco. Secondo elemento: la perizia disposta dal Pubblico Ministero sulla psiche della Ceste attesta proprio una situazione di disagio psichiatrico. Dallo studio del contesto, delle dichiarazioni … tra l’altro anche la famiglia riferisce di un episodio nel quale da ragazzina Elena Ceste era sparita per alcuni giorni, loro si preoccuparono tanto e poi riapparì e non volle mai dire cosa era successo. Quindi la prova di cosa quel giorno sia accaduto nella sua testa non ce la può avere nessuno, però diciamo che non fosse una persona di splendido equilibrio, direi che questo è assolutamente pacifico. Sì è vero che è un comportamento anomalo spogliarsi e uscire di casa, ma è altrettanto vero che non ci sia alcuna prova che sia stata uccisa”.

Leggi anche: Elena Ceste news Michele Buoninconti: la perizia che lo ha inchiodato potrebbe non essere valida, ecco perché

Veniamo alla diatriba relativa alla perizia sulle celle telefoniche svolta dal consulente della Procura, Giuseppe Dezzani, la cui attendibilità è stata con forza contestata dalla difesa. Perché?

“Sì, noi contestiamo la perizia di Dezzani anche perché Michele Buoninconti fin dall’inizio ha detto ‘Appena sono tornato a casa e non ho trovato Elena ovviamente ho iniziato a girare intorno, a cercarla, prima a piedi e poi in macchina’. Se poi lo si vuole interpretare in chiave accusatoria si può dire ‘ecco tu hai detto questa cosa per ‘coprire’ e giustificare quegli spostamenti che in realtà hai fatto per andare a lasciare il corpo in quel posto’. Come dire, si può sostenere tutto, però sarebbe strano il contrario, ovvero che un marito, nel momento in cui sparisce la moglie, se ne rimane a casa seduto davanti alla televisione, no? Invece è normale che faccia prima dei controlli a piedi nella casa, nel giardino, poi avvisa i vicini – dice loro ‘Aiutatemi a trovarla’ – e poi alla fine avvisano i carabinieri, i pompieri etc. Il Dezzani sostanzialmente sostiene che in questi movimenti lui riuscirebbe a ricostruire – nonostante Michele si sia sempre agganciato ad una sola cella, quella cioè che illuminava la casa e i dintorni – gli spostamenti di Buoninconti e pretende di dimostrare che in realtà non si trovava nell’area intorno ma stava proprio lì, nel rio Mersa, facendo un certo movimento … poi c’è tutta una teoria del giro orario o antiorario: rispetto al giro che Buoninconti dice di aver fatto, Dezzani sostiene che invece il giro lo avrebbe fatto al contrario”.

E alle 9 viene collocato nei pressi del rio Mersa, dove furono rinvenuti i resti di Elena 

“Sì. Tenga presente comunque che lui avrebbe ucciso e seppellito la moglie in venti minuti. Cioè secondo l’accusa lui sarebbe tornato a casa, avrebbe litigato con la moglie, l’avrebbe soffocata (e il soffocamento non è istantaneo perché bisogna chiudere le vie respiratorie almeno per 5 minuti), poi dopo l’avrebbe spogliata, presa e portata al rio Mersa, sarebbe entrato nel canale pieno di fango, lasciato lì il corpo, tornato, e venti minuti dopo era lindo e pinto – perché nessuno ha trovato una macchia nella macchina, nei suoi vestiti né da nessun’altra parte. Avrebbe fatto tutto questo in venti minuti”. Ma tornando a Dezzani, dice di lui il nostro consulente – che è un ingegnere ‘vero’, di quelli che hanno la laurea e che non si spacciano per ingegneri pur non essendolo – ‘al di là di sostenere una tesi che non condivido, ha una scarsa proprietà di linguaggio scientifico, una scarsa competenza tecnica’ … cioè lui ci ha instillato questo dubbio: lo chiamano ingegnere, nella consulenza si firma ‘Dottore’, e quando viene ascoltato dal giudice Amelio in primo grado e gli viene chiesto ‘Lei è laureato in?’, lui risponde ‘Informatica’. A quel punto il giudice Amelio lo chiama Ingegnere e lui si è fatto sempre chiamare Ingegnere. Ora, chiunque tende a rifiutare un titolo che non ha, specie se è in un veste ufficiale o almeno così dovrebbe essere. Quindi lui ha dato adito a ritenere che avesse una laurea in Ingegneria. Tra l’altro contro interrogato dalla collega che mi ha preceduto, quando gli viene chiesto se ha la laurea il Dezzani risponde ‘no, ancora no. Mi sto prendendo una seconda laurea al Politecnico di Torino’, confermando dunque di averne già una. Quindi il nostro consulente ci ha messo questo dubbio (che il Dezzani non sia laureato ndr) e io in Appello in modo molto trasparente ho posto al tribunale la questione; ho detto ‘Signori noi abbiamo il dubbio che il consulente dell’accusa, che è centrale in questo processo, non abbia i titoli poiché ne ho prodotto il curriculum, che lui pubblicava sul suo sito, e ho notato una cosa strana: nel documento non si parlava della laurea e si metteva al primo porto ‘Dottorato di Informatica 2006’, senza specificare presso quale Facoltà. Ora, chiunque frequenti l’università sa che il dottorato è un titolo postuniversitario, e presuppone la laurea. Quindi ho posto alla Corte d’assise d’appello questa questione – circostanza affatto marginale nel processo – perché una perizia così delicata deve essere fatta da una persona che ha le competenze per farla, non è uno scherzo. I Ros hanno raccolto tutti i dati e loro stessi hanno avuto bisogno di un esperto per tradurre quei dati grezzi in conclusioni pratiche. Dall’altro dato dico che, se fosse vero che Dezzani ha mentito al giudice, significa che una persona che è disposta a mentire sui propri titoli è totalmente inaffidabile, no? Come posso credergli sul resto?”.

E la questione come è stata risolta?

“Devo dire che loro hanno fatto degli accertamenti e evidentemente hanno scoperto che ho ragione, poi però hanno assunto un comportamento molto strano: io mi aspettavo di essere smentito o che il mio dubbio venisse confermato e in tal caso che venisse rinnovata la consulenza, invece si sono limitati a dire che la Corte d’assise è in grado di fare lei il lavoro del consulente, ovvero di trasformare i dati grezzi raccolti dai Ros – che in pratica sono sequenze di numeri, celle, orari, intensità della frequenza – cioè pagine e pagine piene di numeri; il giudice sarebbe in grado di trasformare quei numeri in collocazioni sul territorio e alla luce di ciò ‘perde rilevanza l’eccezione mossa dall’avvocato Marazzita’. In pratica per non rispondermi dicono che la mia domanda è ‘superata’ perché tanto comunque alle conclusioni di Dezzani ci arriva la Corte pur senza la consulenza di Dezzani. Anziché predisporre una nuova consulenza fatta da un esperto vero hanno glissato completamente su questa questione. In un altro procedimento è poi venuto fuori che Dezzani non solo non è laureato, ma è solamente geometra. Non ha nessuna laurea, e anche tutta una serie di attestati citati nel curriculum sono falsi”.

Voi puntate molto su questo nel ricorso in Cassazione, immagino

“Sì sicuramente sì. Questo è un elemento, ma l’aspetto più rilevante secondo me, un nodo centrale sul piano psicologico è quello del fatto se Elena Ceste sia stata uccisa o no. Se uno accetta quelli che per me sono dei ‘salti logici’, e quindi dice ‘nonostante non ci sia prova che sia stata uccisa e siccome non è possibile che una così brava donna si spogli nuda e vada a morire lì, allora per forza qualcuno deve averla uccisa, ed è chiaro che quel qualcuno non possa che essere il marito’, quindi è ovvio che poi si trova il modo di ‘incastrare’ Buoninconti, anche se tecnicamente non c’erano i tempi per compiere ciò che gli viene imputato. Se si accettano i primi due salti logici il terzo viene, ha capito?”

Quindi Elena Ceste non è stata uccisa ed è morta accidentalmente?

“Noi non siamo in grado di dirlo perché, a differenze dell’accusa, non abbiamo certezze. La nostra convinzione è che lei si si allontanata spontaneamente dall’abitazione e sia andata in quel posto, poi se ci è andata in uno stato dissociativo, e ad un certo punto è scivolata e/o ha perso conoscenza ed è morta lì, o se è morta assiderata, questo chi lo può sapere? Io quello che so è che questo corpo non presenta alcun segno di violenza e che quindi io devo ritenere che sia andata lì spontaneamente in quel giorno difficile … E poi guardi che la consulenza psichiatrica disposta dal pm dice che sostanzialmente Elena non era in una condizione tale da suicidarsi, ma era in una condizione che certamente la conduceva ad atti autolesionistici, nel senso di comportamenti pericolosi per se stessa”.

C’è poi la frattura dell’osso coccige compatibile con una caduta

“Sì esatto. La frattura del coccige che è tipicamente la frattura che ha un corpo quando cade da vivo. Insomma gli elementi ci sono, vedremo come li valuterà la Cassazione”.

 

 

Sanremo 2018 vincitore: il testo di Non mi avete fatto niente, il singolo di Ermal Meta e Fabrizio Moro

Ermal Meta età, altezza, peso, fidanzata, canzoni: tutto quello che c’è da sapere sul vincitore di Sanremo 2018 (FOTO)