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Fake news, Internet e libertà d’informazione

Il 2018 è un anno molto importante per l’Italia. Il 4 marzo ci saranno nuove elezioni politiche e il governo che ne uscirà avrà di fronte a sé sfide importanti per portare finalmente l’Italia al passo degli altri paesi europei in termini di riforme e crescita. In questo scenario l’informazione gioca un ruolo importantissimo, ma il sistema italiano nell’ultimo anno ha mostrato come mai prima tutta la sua fragilità. Parliamo soprattutto dell’informazione web, esplosa negli ultimi anni, ed oggi soggetta ad un ridimensionamento senza precedenti che ha colpito in particolare i piccoli editori, gli indipendenti.

Fake News e lotta politica

“Se tocchi la politica in Italia ti fai male”. Condivido l’opinione dell’amico che il giorno dopo lo scandalo fake news italiche rivelato dal New York Times commentava con me l’ingenuità di alcuni gestori italiani di siti bufalari. Bastava occuparsi di cronaca rosa e gossip sui personaggi del mondo dello spettacolo o dello sport per non sollevare il polverone che ha poi permesso a colossi come Facebook di spacciarsi come parte offesa e dare il via (anche in Italia) alla “normalizzazione” del web.

Quale è stata, infatti, la principale conseguenza dello scandalo fake news in Italia? Le bufale sono quasi del tutto sparite come visibilità su Facebook e questo è un fatto positivo. Ma non potendo fare una scelta “manuale” delle notizie false da togliere di mezzo, Facebook per raggiungere rapidamente il suo obiettivo ha di fatto tolto la poca visibilità residua alle pagine degli editori, vanificando ogni tentativo di ottenere traffico (gratuito) da un link condiviso sul celebre social network. Sapete cosa vuol dire vero? Che chi non può permettersi grandi investimenti pubblicitari è di fatto tagliato fuori da Facebook ed avrà sempre meno visibilità, sia che pubblichi buone notizie sia che pubblichi bufale.

Google ha invece scelto una strada diversa ma comunque insidiosa. Nei suoi “caroselli” di notizie nelle pagine di risultato, mostra sempre più spesso i soli contenuti dei brand affermati, azzerando di fatto la visibilità di molti player indipendenti che invece in passato si erano ritagliati uno spazio di visibilità ed autorevolezza non indifferente. Perché questa scelta? Perché si presume (sbagliando) che brand affermati appartenenti a grandi gruppi editoriali non si permettano di diffondere fake news o anche solo cattiva informazione.

La strapotere dei grandi player di Internet

Lo strapotere dei grandi player di Internet desta più di una preoccupazione, non certo solo a noi umili gestori di UrbanPost. In un bellissimo articolo dal titolo “Do social media threaten democracy” pubblicato lo scorso 4 novembre l’autorevole The Economist affrontava il tema della miscela (micidiale ed esplosiva) tra il dilagare delle fake news e la crescente invasività di Internet nella sfera privata. La tesi dell’articolo è la seguente: se è vero che le fake news sono un pericolo, è anche vero che con la scusa di limitarle si stanno spegnendo molte voci, colpendo il pluralismo dell’informazione e minacciando di fatto la democrazia. Ancor più grave il fatto che per individuare le voci “da spegnere” si utilizzino praticamente solo AI, sistemi automatici basati su algoritimi che di “intelligente” hanno dimostrato di avere ben poco.

Certo, negli Usa le fake news hanno fatto danni ben più rilevanti che da queste parti, almeno secondo quanto sostengono le diverse indagini indipendenti che le hanno portate in luce. «Facebook – scrive The Economistha riconosciuto che prima e dopo le elezioni americane dello scorso anno, tra gennaio 2015 e agosto di quest’anno, 146 milioni di utenti potrebbero aver visto la disinformazione russa sulla sua piattaforma». YouTube ha ammesso che 1.108 video erano collegati ad account fake russi, mentre su Twitter ben 36.746 account sono risultati essere poi collegati a “fake” russi. Insomma, uno scenario inquietante in cui l’informazione di qualità è la vittima principale.

L’ossessione (o la scusa) del controllo

Ci stiamo muovendo verso uno scenario in cui, quando si parla di Internet, le democrazie storiche sono sempre meno liberali e sempre più ossessionate dal controllo. Vuoi per la (valida) scusa del terrorismo, vuoi per il dilagare delle mafie transnazionali, i governi di tutto il mondo occidentale hanno avvallato la più grande operazione di violazione della privacy della storia. I colossi del web, praticamente tutti, sanno sempre dove siamo quando siamo connessi a internet o anche semplicemente quando abbiamo lo smartphone in uso. Conoscono le nostre preferenze in fatto di prodotti e, ovviamente, anche in fatto di notizie. La centralizzazione del flusso delle news attraverso le grandi piattaforme è una processo che pare irreversibile (leggi cosa sono le AMP e gli Instant Articles, ad esempio).

«Raccolgono dati su di te al fine di disporre di algoritmi per determinare ciò che attirerà la tua attenzione, in una “economia dell’attenzione” che consente agli utenti di scorrere, fare clic e condividere, ancora e ancora e ancora e ancora. Chiunque decida di dare forma all’opinione pubblica può produrre decine di annunci, analizzarli e vedere quale è più difficile resistere», scrive The Economist.

Sarebbe fantastico se questo sistema aiutasse a far emergere saggezza e verità, anche le verità più scomode e non solo quelle che sono funzionali al sistema economico-consumistico della società iper-connessa. Invece, chiunque utilizzi  Facebook per più di un paio d’ore al giorno sa come, invece di impartire saggezza, il sistema elabori le cose compulsive che tendono a rafforzare i pregiudizi delle persone. Soprattutto di quelli che – secondo una recente statistica che viene da oltreoceano – toccano il telefono 2600 volte al giorno.

Un pluralismo di voci da difendere ad ogni costo

Più voci libere resistono, più l’informazione ha la speranza di restare sana, così come (di conseguenza) la Democrazia liberale. Scrive ancora The Economist: «In una democrazia liberale, nessuno ottiene esattamente quello che vuole, ma tutti hanno la libertà di condurre la vita che scelgono. Tuttavia, senza informazioni decenti, civiltà e conciliazione, le società risolvono le loro differenze ricorrendo alla coercizione».

Il pluralismo deve quindi essere difeso, ad ogni costo, da chi vuole schiacciarlo anche per soli ragioni economiche e di concorrenza. L’informazione web, realizzata da una pluralità di soggetti privati, è la garanzia per il futuro delle società democratiche e libere. Occorre quindi, da parte degli stati, sostenerla adeguatamente dal punto di vista legislativo, soprattutto combattendo i cartelli, chi viola le regole e chi le interpreta a suo piacimento. Questo deve valere anche per chi come i i giganti del web non è editore ma di fatto lo vuol essere: se vuoi gestire direttamente le notizie, devi uscire allo scoperto e stare alle regole del sistema, non imporre ad un sistema preesistente le tue. Questa battaglia, che ha soprattutto implicazioni fiscali ed economiche, deve essere vinta a tutti i costi. Altrimenti il rischio è quello di vendere la nostra libertà ad una piccola oligarchia di imprenditori miliardari.

Written by Andrea Monaci

47 anni, fondatore e direttore editoriale di Urbanpost.it Ha iniziato la sua carriera con la cronaca locale, ma negli ultimi 20 anni si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto, tra gli altri, per il "Secolo XIX" e "Lavoro e Carriere". Quando non lavora le sue passioni sono la musica rock, i cani, le vecchie auto e la buona cucina.

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