di Ennio Lo Chiatto

Gaza: un conflitto annunciato da risolvere con le armi della diplomazia


 

Le armi mietono vittime, l’unica soluzione possibile al conflitto è la via diplomatica. Ma la strada è in salita in uno scenario mediorientale sconvolto dalle primavere arabe e con l’immobilismo della comunità internazionale.

crisi in medio oriente

Riesplode, inevitabile e in tutta la sua drammaticità, il conflitto israelo-palestinese. Il raid aereo che ha provocato la morte di Ahmed Jaabari, capo delle Brigate Ezzedin al Qassam, l’ala militare di Hamas a Gaza, ha segnato l’inizio dell’operazione “Pillar of Defense”. Obiettivo dichiarato: proteggere i civili israeliani e sradicare le infrastrutture terroristiche di Gaza. In una terra che si nutre di simboli l’obiettivo eliminato è altamente simbolico.

L’uomo che agli occhi dei palestinesi della Striscia ha tenuto in scacco il potente “nemico sionista” e che è riuscito a liberare mille prigionieri palestinesi in cambio del giovane caporale di Tsahal. L’eroe che sembrava invincibile, sfuggito a quattro tentativi di eliminazione è stato colpito e abbattuto. Nessuno è immune dalla vendetta d’Israele: un messaggio che vale più di mille spot elettorali. E allora ci si chiede se la guerra non sia solo il frutto di uno spietato calcolo politico, in vista delle elezioni che si terranno tra due mesi in Israele. In questo caso il pensiero di Carl von Clausewitz, celebre generale prussiano che teorizzava la guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi, sarebbe più che mai attuale.

Ma la guerra di Gaza serve anche ad Hamas per tornare a praticare il terreno a lei più consono, quello della lotta armata. La risposta palestinese, repentina, quasi come una reazione a catena senza fine, è affidata ad una pioggia di razzi lanciati su Tel Aviv, Gerusalemme e sulle altre città frontaliere israeliane.
La parola, dunque, è tornata alle armi. Come 4 anni fa. Stesso periodo politico, la storia che si ripete, ma mai uguale a se stessa, questa volta vede uno scenario mediorientale completamente mutato. Qualcuno parla di primavera araba in contrapposizione ad un ipotetico inverno israeliano. Un Israele sempre più solo e forse, per questo, più aggressivo.

In Egitto non comanda più Mubarak. Al potere sono saliti i Fratelli musulmani, per definizione più vicini ad Hamas che a Israele e che hanno condannato l’attacco israeliano come inaccettabile e destabilizzante per la regione. Lo scenario è profondamente cambiato anche sul fronte Nord dello Stato ebraico, nella devastata Siria. Bashar al-Assad, che a Gerusalemme viene ancora visto come il “male minore” rispetto ad un’opposizione in cui è sempre più forte il peso della componente jihadista, non è più saldamente al potere. L’unica cosa che è rimasta uguale a se stessa è l’inerzia internazionale. L’assenza della politica oggi viene colmata dal “suono” sinistro delle armi.

E allora, mentre da più parti in Europa, l’imperativo inderogabile è “spegnere a tutti i costi l’incendio”, (la posizione europea di sostegno a Israele è, infatti, delicatissima e un eventuale intervento di terra, in risposta ai lanci missilistici, pregiudicherebbe la posizione pro-Israele) , il fronte americano sembrerebbe più disposto ad accettare una guerra a Gaza piuttosto che un conflitto contro l’Iran.

In questo contesto di totale incertezza la guerra continua. Sfruttando la disarmante superiorità tecnologica, l’esercito israeliano domenica si è impadronito della frequenza 106.7, utilizzata da radio al-Aqsa di Hamas e ha mandato alla popolazione palestinese perentori messaggi, in buon arabo: «State alla larga dai miliziani di Hamas, che giocano con le vostre vite»

Il fuoco delle armi deve essere assolutamente spento dall’impegno diplomatico. E’ necessario a tutti i costi trovare una soluzione. Che sia un unico Stato travestito da due o che sia il Grande Israele teorizzato prima della guerra dei Sei giorni, non importa. L’unica cosa che conta è che entrambi i popoli hanno il diritto di vivere in maniera pacifica e dignitosa, all’interno dei confini di uno Stato proprio, riconoscendo in maniera definitiva culture, religioni e razze e condividendo quell’etica del rispetto reciproco che ci fa uomini maturi del XXI secolo.

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