di Valeria Panzeri in ,

George Romero è morto ma dannazione quanto ci aveva visto lungo con i suoi morti viventi


 

E’ morto a 77 anni il regista cult George Romero

Ci ha lasciati a 77 anni il regista George Romero, un outsider capace di fare cassa, un pubblicitario prestato al cinema: un eterno refuso. Li chiamavano i Movie Brats, ragazzi ambiziosi e talentuosi che a partire dagli anni Sessanta si fecero strada imponendo un nuovo modo di fare cinema, lontano dalla Hollywood patinata. Critici, impegnati, sovversivi, visionari, ognuno con la sua cifra stilistica, ognuno con la sua polemica. Fra quelle fila spiccavano Steven Spielberg, George Lucas, Dennis Hopper, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese e George Romero. Con il tempo alcuni raggiunsero la consacrazione assoluta, altro che contestazione – vedi Spielberg e Lucas – qualcuno si bruciò le ali, come Micheal Cimino; qualcuno si perse e poi si ritrovò scendendo a patti con i produttori, ovvero Coppola e qualcuno restò il visionario fedele alle sue stesse allucinazioni: George Romero.

Correva l’anno 1968, la guerra nel Vietnam era nel vivo e i giovani studenti americani iniziavano a far sentire più forte la loro voce di protesta. I reduci tornava a casa, ma non tornava mai nessuno come era partito. Iniziò a essere studiato sistematicamente il disturbo da stress post traumatico, soprattutto in relazione a un’esperienza bellica. I parenti dei soldati non riconoscevano quasi mai, nella maggior parte dei casi, i loro cari in quei gusci vuoti che tornavano a casa. Orbite saccheggiate, sguardi vacui, flashback, episodi di violenza immotivata, difficoltà di concentrazione, stati catatonici. Come zombie. Quell’anno uscì nelle sale il capolavoro scritto, fotografato e diretto da un giovane pubblicitario che con due soldi e qualche amico entrò di prepotenza nella storia del cinema: “La notte dei morti viventi“. Romero riuscì nella cosa più difficile del mondo: raccontare un dramma parlando d’altro, quantomeno apparentemente. Mentre Scorsese sfidava a viso aperto le conseguenze della guerra sulla psiche umana con Taxi Driver avvalendosi di un De Niro in pieno stato di grazia, Romero sceglieva la via della metafora e nemmeno si impegnava troppo ad evangelizzarti. La straordinaria capacità di un vero artista – a prescindere dal mezzo di cui si serva per esprimersi – è la facoltà di avere una lucida visione di insieme in merito a questioni che si coglieranno nella propria interezza soltanto più avanti. Con più tempo.

Romero invece ci era dentro e aveva intuito di cosa si stesse ripopolando il suo Paese: morti che camminano. Nessun critico ha mai creduto alla storiella dell’horror acchiappa teen ager senza sostanza che Romero stesso aveva tentato di rifilare. Lasciò adito ad interpretazioni mentre ossessivamente girò per tutta la vita degli horror che potremmo definire filosofici, sempre con lo stesso bersaglio finale ovvero le conseguenze della violenza, della guerra, ma anche di una globalizzazione selvaggia che rende sterili. E’ morto a Washington mentre ascoltava la colonna sonora del film di Ford “Un uomo tranquillo”, vinto dal tumore ai polmoni contro il quale combatteva da tempo. Che perdita.

 

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