di Corinna Garuffi in , ,

I prof migliori d’Italia: intervista ad Antonio Silvagni, insegnante non vedente di Vicenza


 

UrbanPost ha avuto il piacere di intervistare il prof. Antonio Silvagni, insegnante di lettere che è stato recentemente premiato tra i migliori docenti d’Italia: ne è scaturita una riflessione stimolante sul mondo della scuola e sulle sfide che gli insegnanti devono affrontare nella loro quotidianità

I prof migliori d'Italia: intervista ad Antonio Silvagni

Antonio Silvagni è tra i cinque migliori prof d’Italia: a decretarlo l’Italian Teacher Prize, prestigioso riconoscimento che per il primo anno ha incoronato i docenti capaci di “fare la differenza” nelle scuole italiane, con il loro esempio virtuoso e con il loro approccio innovativo alla didattica. 51enne dai modi pacati e dalle idee in continuo fermento, il prof. Silvagni insegna italiano e latino nel liceo Leonardo Da Vinci di Arzignano, in provincia di Vicenza. Ha perso la vista, ma mai la passione, la determinazione e la voglia di mettersi in gioco, nel lavoro come nella vita, e questa bella chiacchierata ne è la prova.

Gentile prof. Silvagni, quali sono le motivazioni per cui è stato premiato?
“Sono stato candidato da una mia ex allieva di diversi anni fa, che è venuta a conoscenza di questo premio. Devo essere sincero: non le ho mai chiesto il perché, nemmeno dopo aver scoperto di essere tra i 50 finalisti. Però posso, in cuor mio, desumere le motivazioni: penso di essere stato scelto non tanto come “docente tra i migliori d’Italia”, quanto piuttosto per essere un insegnante rappresentativo – e ci terrei ad evidenziarlo – innanzitutto per la passione che pongo nel mio lavoro. In questo mestiere è facile abbandonarsi alla logica del seguire meramente un programma didattico, ma questo non è mai stato il mio approccio. Ho cercato di trasferire nell’insegnamento quella passione che sento per la vita, comunicandone tutto l’entusiasmo: definirei il mio lavoro una specie di “corpo a corpo” con il testo, testo che mi trovo di volta in volta a commentare e far conoscere, più che spiegare, ai ragazzi, avvicinandoli a un mondo meraviglioso, dalla conoscenza infinita. Poi credo che ci sia stata anche un’altra motivazione: essendo io non vedente (e non dalla nascita), penso di essere stato scelto anche per la mia testimonianza di come si possano superare le difficoltà che insorgono nella vita. Si tratta però di un aspetto che mi mette maggiormente in imbarazzo, dal momento che non aspiro ad essere un modello per nessuno”.

Certo la sua esperienza può essere d’incoraggiamento per molti.
“Quello che faccio lo faccio perché ho questo carattere e perché così mi è stato insegnato dai miei nonni, dai miei genitori, da mia moglie e più in generale da tutte le persone che mi sono state accanto nel corso della vita. Ho sempre cercato di agire in questa mia condizione di handicap non in forma compensativa (ovvero, fare questo lavoro per compensare quello che non ho), ma piuttosto di vivere nella maniera più autentica possibile, cercando di fare del mio meglio nell’ambito delle possibilità che mi sono state concesse”.

C’è qualcosa di innovativo nel suo metodo di insegnamento?
“Ho sempre cercato di tenermi aggiornato sulla didattica, pur senza assecondare le mode, fin da quando sono entrato in ruolo, a 25 anni. Per il contatto con il mondo esterno mi sono dovuto costantemente interfacciare con la tecnologia, e anche sul lavoro uso il computer per leggere e prepararmi. Non dico che questo aggiornamento costante mi abbia avvantaggiato, ma senz’altro mi ha posto “alla pari” degli altri colleghi, fermo restando che certi strumenti – come ad esempio, le lavagne interattive – mi sono necessariamente preclusi”.

Come si svolge una sua lezione tipo?
“Cerco di valorizzare il lavoro autonomo dei ragazzi: in classe introduco un argomento in modo essenziale, poi do da studiare a casa sul libro, magari proponendo dei filmati brevi. Quando torniamo in classe, facciamo esercizi provando a trovare insieme soluzioni ai problemi che nascono di volta in volta, oppure cerco di avviare una riflessione su quello che i ragazzi hanno studiato e che quindi non è più sconosciuto, a seconda dell’argomento e della maturità della classe. Gli studenti prendono appunti sulle riflessioni che facciamo insieme, non tanto su quello che spiego. Questo metodo ha anche un nome, che non ho inventato io: si chiama “classe capovolta” (“flipped classroom”) ed è una metodica ben consolidata nei paesi anglosassoni. Oggi comincia ad avere una certa diffusione anche in Italia, soprattutto in ambienti metropolitani dove ci sono maggiori opportunità di scambio tra gli insegnanti. Io, che pure insegno in provincia, sono stato uno dei primi a proporre questo approccio nella nostra zona”.

Qualche problema con i compiti all’era di WhatsApp?
“Il rischio è che i ragazzi si passino i compiti con WhatsApp e messaggistica varia, motivo per cui a mio avviso oggi ha più senso svolgere insieme in classe almeno una parte degli esercizi, così che tutti usufruiscano della mia presenza nel momento in cui ne hanno più bisogno, cioè quando si trovano in difficoltà; a casa consolideranno con altri esercizi quanto già provato in classe. Perpetuando la pratica “spiegazione a scuola, compiti a casa”, cosa controlliamo? Possiamo al massimo verificare se, come, quanto hanno copiato entrando in una logica sanzionatoria, il brutto voto, che non incide minimamente sul vero problema che riassumerei così: in classe non hai capito, non sei riuscito a risolvere il problema e allora ti punisco invece di insegnarti come puoi risolvere il problema e vincere la tua ansia. Non possiamo meravigliarci che i ragazzi vadano male a scuola, se si limitano a copiare esercizi su argomenti che non hanno interiorizzato.”

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So che lei insegna italiano e latino. In una società in cui la cultura umanistica è sempre più bistrattata (e non certo per il suo valore indiscusso, quanto piuttosto per le possibilità occupazionali attuali…), perché studiare il latino oggi?
“Alcuni settori smentiscono questa convinzione. Ad esempio, nella scuole venete – ma anche in molte lombarde, riferiscono alcuni colleghi – è quasi impossibile trovare insegnanti di latino. Se si ammala l’insegnante di lettere, è un dramma: noi quest’anno abbiamo dovuto ricorrere a una neolaureata, che ha cominciato a insegnare il giorno successivo al conseguimento del titolo. Al di là di questo, credo che sia necessario ripensare la posizione del latino all’interno dell’ordinamento scolastico, affrancandosi dalle mode. Un esempio concreto? A 10 anni dalla scomparsa del latino in Inghilterra e negli Stati Uniti, l’insegnamento del latino è scomparso anche da noi; adesso che è tornato ad essere considerato una lingua prestigiosa e di élite in questi paesi, è prevedibile che il suo valore torni a riaffermarsi anche in Italia. Io credo che il latino non debba essere relegato come materia di studio solo al liceo classico, e non perché sia una materia più formativa di altre, ma semplicemente perché – in quanto lingua “chiusa” (e non morta) – ha il vantaggio di mettere i ragazzi in un ambiente protetto”.

Che cosa intende esattamente?
“Nel momento in cui parlo in inglese, devo fare attenzione alle frasi idiomatiche, alla pronuncia e alle situazioni comunicative in cui mi trovo. Nel latino, anche se sbaglio l’accento, non succede niente: la situazione comunicativa di fatto non c’è. In qualche modo si crea uno spazio che fa riflettere i ragazzi, li pone in una situazione protetta in cui possono rallentare i ritmi e quindi riuscire ad acquisire, o a riacquisire se non l’hanno, una dimensione di profondità, di interiorità. Roberto Vecchioni ha parlato, in un suo recente articolo, di “latino rock”: ecco, io direi invece che il latino è lento e che studiare il latino è un elogio alla lentezza, trattandosi di lingua che abitua a una dimensione temporale dilatata, a una riflessività diversa. Un altro obiettivo dello studio del latino è quello di potersi avvicinare a testi in lingua originale, entrando a contatto con usanze, costumi e modi di pensare completamente diversi dai nostri, eppure con una radice che ci accomuna: misurarsi con il latino permette di lavorare su comuni civiltà, abituandoci al confronto meditato con l’altro. Questa operazione non è assolutamente possibile con le lingue moderne che ci pongono in contatto con culture apparentemente diverse dalla nostra, in realtà sostanzialmente rese simili dai fenomeni di globalizzazione.”

Quali sono le sfide principali che devono affrontare gli insegnanti oggi?
“Le sfide sono tante. Io vedo una forte demotivazione: so che entrare in classe e vincerla nella quotidianità non è facile, che ci sono giorni in cui sembra di non ingranare. Uno scoraggiamento che può derivare da tanti fattori, tra cui anche il mancato riconoscimento sociale ed economico: però va ammesso che la paga dell’insegnante permette di vivere abbastanza dignitosamente e che se si era in cerca di un grande guadagno economico si sarebbero potute scegliere altre strade (detto questo, non so fino a che punto l’aumento stipendiale risolleverebbe la situazione, anche perché i soldi richiamano i soldi e sembrano non bastare mai…). Un’altra sfida consiste nel non ripetersi, cercare cose sempre nuove e riuscire a mantenersi giovani dentro, con la curiosità e con il desiderio di far crescere gli studenti, e non con l’atteggiamento del “non ci sono più i giovani di una volta”: questa è una constatazione ovvia, mentre la direzione forse giusta è uscire dall’ovvietà e abbandonare i luoghi comuni”.

Ha intravisto qualche segnale positivo negli ultimi anni?
“Negli ultimi anni si sta cercando di inserire in organico insegnanti giovani e questo è molto positivo; forse le riforme sono state un po’ confuse, ma qualcosa è stato fatto. Anche i docenti di ruolo dovrebbero essere incentivati a migliorare ed evolversi (altra sfida!): tra i segnali positivi, citerei senz’altro il bonus di 500 euro, che pur nei suoi limiti, sta cominciando ad attivare le persone, spingendole a frequentare corsi di formazione e di aggiornamento, ad acquistare libri e a spostarsi, per fare cultura e partecipare alla cultura: una cosa buona, che secondo me nel tempo porterà a dei risultati”.

C’è stato qualche momento particolarmente difficile nella sua carriera?
“Gli inizi, la paura di entrare in classe e di approcciare i ragazzi in una modalità a cui ancora non mi ero abituato. Sono entrato in classe a 26 anni, e ho perso la vista a 25: non ho avuto il tempo di metabolizzare quello che mi stava succedendo. Riconoscere le voci, associarle alle persone e alle loro emozioni, imparare a distinguere i rumori per orientarmi è stato forse il momento più difficile”.

Può anticiparci come verranno impiegati i soldi del premio?
“Ho presentato un progetto che si muove in tre direzioni: una riguarda la formazione per gli insegnanti del nostro Istituto su nuove pratiche didattiche che dovremo selezionare e condividere e sulle tecnologie con cui applicarle; sarà questa una azione caratterizzata da grande attenzione agli aspetti operativi. Una seconda linea di intervento riguarderà un moderato ammodernamento del nostro hardware didattico; infine ho previsto di porre grande attenzione agli studenti ad alto potenziale cognitivo del nostro territorio, ragazzi che a scuola rischiano di annoiarsi con le attività proposte a tutti. Cercheremo di sviluppare sinergie con associazioni scientifiche e culturali per proporre attività stimolanti e mirate a sviluppare potenzialità altrimenti destinate a restare inespresse con grave danno per il nostro Paese.”

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