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La Débacle del Calcio Italiano e i Top Player Fuggono dalla Morsa di Monti

Ibrahimovich segna quattro gol all’Inghilterra di Roy Hogdson seppellendo le velleità dei leoni sotto una caterva di gol impreziosita da un gesto tecnico da manuale del calcio, rovesciata da venticinque metri su rinvio sbilenco del portiere inglese da fuori area.

Da tutti i grandi campioni che sono andati via in estate, vedi al Psg o oltremanica, le prestazioni migliori. E l’Italia? Unico attaccante a timbrare il cartellino il solito Edinson Cavani.

Giocatore straordinario e dalla classe sopraffina. Addirittura paragonato, per verve e forza atletica (prima pagina del Corriere dello Sport del 15 novembre 2012), ad un ottocentista prestato al gioco del pallone. Un calciatore completo dalla E alla N e dalla C alla I. Insomma, perfetto. Con un valore di mercato che somiglia più a quello di un’isola del Pacifico, El Matador è patrimonio della Ssc Napoli e se continuerà così Luigi De Magistris (primo cittadino partenopeo) invierà una missiva all’Unesco per annettere le prodezze del bomber al patrimonio dell’umanità.

Un atleta senza confini. Con una straordinaria capacità di recupero fisico, negli ultimi due mesi ha giocato come i ragazzini facevano in strada negli anni ’80: dalla mattina alla sera intervallati solo dal pranzo e dal pane e nutella delle cinque del pomeriggio. Un campione stratosferico che, insieme al solo El-Sharaway continua a dare lustro ad un calcio, il pallone, offuscato da debiti, morse dell’erario e investimenti da Policino.

La valorizzazione dei talenti, tuttavia, non è appannaggio italico. Cavani è titolarissimo, così come il giovanotto egiziano sponda milanese rossonera. Ma chi investe, delle società calcistiche italiane, davvero sui ragazzi? Una domanda che non trova risposta per il semplice fatto che in Italia ci sono presidenti che cambiano quattro allenatori a campionato, non vogliono fare programmazione per la paura di spendere i propri soldi e non potersene godere i frutti.

Insomma, l’italiano pensa che deve morire domani. Questa idea porterà alla lenta agonia di tutte le attività agonistiche, dilettanti e professionisti incluse, nel giro di pochi anni. Compreso il pallone che, tra fatturazione e introiti, è pari al prodotto interno lordo di uno stato in via di sviluppo. Ecco, la via dello sviluppo, è quella che dovrebbero intraprendere le squadre italiane, non quella dell’affossamento.

Written by Enzo Ranaudo

Campano, irpino. Laureato in Scienze della Comunicazione. Appassionato di musica e di calcio ed attento osservatore dello scenario politico e delle dinamiche sociali. Da anni collaboratore di numerose testate on-line e diversi quotidiani

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