di Giuseppe Cubello in , , ,

Lara Lago, intervista alla giornalista che ha risposto a Poletti: “Ecco cosa prova chi espatria”



 

Intervista a Lara Lago, giovane giornalista che ha postato la famosa lettera in risposta alle parole del Ministro del lavoro Giuliano Poletti: ecco le sue parole

Intervista Lara Lago

Come ben sappiamo, le polemiche per le infelici frasi del ministro Poletti dei giorni scorsi sui giovani italiani che si sono trasferiti all’estero per lavorare e studiare non si sono fermate e continuano a rinforzarsi man mano che passano i giorni. La frase che ha più suscitato rabbia è stata “conosco gente che è bene non avere tra i piedi”. Ecco perché la lettera che Lara Lago, giovane giornalista che vive ad Amsterdam, ha scritto su Facebook, in risposta proprio alle parole di Poletti, ha fatto il giro del web. E la stessa, ci ha rilasciato un’intervista che vi consigliamo di leggere con attenzione.

Chi è Lara Lago?

“Ho 32 anni, mi sono laureata in giornalismo all’Università di Verona. Ho iniziato a scrivere in un piccolo magazine dove facevo recensioni di concerti, libri e mostre d’arte. Poi ho imparato a scrivere di cronaca nera nella stampa locale del Veneto. Ho fatto servizi televisivi e letto telegiornali in due televisioni. Nel 2013, durante un viaggio a New York, ho sostenuto un colloquio per il quotidiano ‘La Voce di New York’ che dà voce alla comunità italiana che vive in America. In quel momento ho sentito chiaramente come quella fosse la mia strada: avevo sempre sognato di fare la corrispondente estera e lo stavo facendo, ma al contrario.

Nel 2015 la mia vita professionale cambia, cinque lavori (un ufficio stampa, due televisioni e due giornali contemporaneamente) non mi bastano più per vivere: vengo licenziata dalla tv per tagli interni all’azienda e ciò che sembra un brutto colpo basso si trasforma invece in opportunità. Mollo tutto e parto. Vado in Albania per una tv italiana con sede a Tirana. L’esperienza dura fino a giugno dello stesso anno, poi la tv chiude. Cerco nuovamente un’occupazione in Italia, per due mesi lavoro per una fiction, capogruppo delle comparse nel campo del cinema. Mi piace ma sento che non è il mio settore. Mi piace perché ognuna delle persone con cui lavoro ha la sua storia, storie che camminano, storie che vorrei raccontare, proprio come una giornalista.

Mi rassegno all’evidenza, mi ascolto, e mi rimetto a cercare lavoro come giornalista, appunto. Anche perché nel frattempo i due mesi sono passati e devi ricominciare tutto da zero. Dei giorni della ricerca lavoro ricordo le sensazioni: per giornalisti in lingua inglese parevano esserci molte più possibilità, all’estero sembrava un lavoro come un altro, senza alcuna aura mitica attorno. Su Linkedin mi candido ad una di queste posizioni in lingua inglese per una redazione che ha sede ad Amsterdam. Dopo due mesi di selezioni mi assumono avendomi vista solo su Skype. Firmo il contratto che sono ancora a casa. A febbraio 2016 parto.”

Per quale motivo vivi ad Amsterdam?

“Ci vivo per lavoro. Sono una dei 6 giornalisti italiani che lavorano per Zoomin.Tv, una casa di produzione video che distribuisce mini documentari ai principali siti web internazionali. Ad Amsterdam ci sono 200 giornalisti da tutto il mondo che lavorano in ufficio con me, cercano storie che provengano dal proprio Paese e localizzano quelle degli altri Stati. La mia è stata una scelta legata solo al lavoro, ho lasciato in Italia tutto ciò che avevo: amici, fidanzato, famiglia. Ma ora, dopo 10 mesi, sento Amsterdam quasi come una seconda casa.”

La tua lettera al Ministro Poletti sta facendo il giro del web. Quale sentimento ti ha portato a scrivere una cosa di questo genere?

“Su Facebook spesso racconto la mia vita da expat, le difficoltà, le gioie, il costruire nuovi rapporti, il vedere posti strani. E’ come se cercassi di portare ad Amsterdam con me anche chi mi legge, a partire dai miei amici alla mia famiglia. La lettera al Ministro rientra in questo tipo di narrazione: cosa prova un expat nel leggere tali dichiarazioni? Come ci si sente ad aver dovuto lasciare la propria Patria per il lavoro e a sentirsi dire certe cose proprio dal Ministro del lavoro? Anche perché nel momento in cui la si lascia, casa propria diventa più bella, più assolata, più viva perché lontana. Diventa la nostra Itaca dalla quale vorremmo tornare ma non sappiamo come.”

Qual è la prima cosa che hai pensato quando hai letto le esternazioni di Poletti sui giovani all’estero?

“Ho pensato ‘cornuti e mazziati’, non solo dobbiamo andarcene per vedere luce e la nostra Italia non fa nulla per riportarci indietro ma ci viene pure detto ‘meglio che qualcuno si sia tolto dai piedi’. La sua è stata una gaffe ma su temi così delicati e che coinvolgono un’intera generazione e forse anche le generazioni future si tratta di una gaffe pesante.”

Come ti trovi in Olanda?

“Lavorativamente mi trovo benissimo. Al nuovo Paese invece ho dovuto un po’ abituarmici: ci divide solo un’ora e mezza di volo (da Venezia) ma in tanti aspetti siamo molto più lontani.”

Pensi di rientrare prima o poi in Italia o è un’ipotesi al momento remota?

“Potrei rientrare già a febbraio se l’azienda non dovesse rinnovarmi il contratto. Del resto, in un ambiente lavorativo dove regna la meritocrazia è giusto che io possa rimanere solo se ho dimostrato un valore aggiunto, se ho portato nuove idee all’azienda, nuova creatività. Se dovessi tornare in italia però lo farei per testare come e se è cambiata la realtà del lavoro nell’ultimo anno. Vorrei ritornare però solo se la meritocrazia funzionasse bene anche da noi.”

Cosa ti manca del nostro Paese?

“Il sole! Che io prendevo sempre in giro i miei amici che vivevano a Londra e si lamentavano della pioggia costante e ora invece quando non vedo il sole per tre settimane continuative inizio a rimpiangere fortissimo il mio Veneto. Mi manca la velocità nel costruire rapporti veri, profondi. Ce la si può fare anche all’estero ma spesso le differenze culturali rallentano. Mi manca la vivacità culturale italiana, il cibo che ok te lo puoi cucinare a casa ma non viene mai uguale e nessuno ha ancora capito il perché. E poi mi mancano le mie nonne.”

Tu cosa pensi dei giovani che invece rimangono in Italia?

“Fino all’anno scorso anch’io ero una di quelle che rimanevano in Italia. Ma ricordo che ogni volta che leggevo un’intervista ad un qualche cervello in fuga mi sudavano le mani, mi arrabbiavo, loro raccontavano la loro vita con più soddisfazioni e io mi chiedevo che cosa ci facessi ancora in Italia. Non giudico chi resta, non esistono giovani di serie A o B, esistono percorsi, sogni, vocazioni. E ognuno deve seguirli secondo il proprio istinto e volontà.”

Pensi cambierà mai la situazione in Italia?

“Deve cambiare, la gente è stanca, delusa, frustrata, arrabbiata. La lettera a Poletti non avrebbe avuto che 100 lettori se non si fosse posata su questi sentimenti, delusione verso una classe politica che molti vedono distante, desiderio di cambiamento. In realtà le cose stanno già cambiando, a livello globale, e diventano difficili da decifrare. Non so come ci evolveremo. So che mio nonno ha lavorato in Belgio per diversi anni e so che i miei genitori a 20 anni erano entrambi occupati, con un mutuo, una casa, e quella che sarebbe diventata dopo pochi anni la mia famiglia.”

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