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Lidia Macchi, Stefano Binda ergastolo: condanna ingiusta e ‘mediatica’? “Non scrisse lui quella lettera”

Omicidio Lidia Macchi sentenza: Stefano Binda lo scorso 24 aprile è stato condannato all’ergastolo. L’uomo, ex compagno di liceo della vittima, è stato ritenuto colpevole dell’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa varesina massacrata con 29 coltellata il 5 gennaio del 1987 nei boschi di Cittiglio. La Corte d’Assise di Varese ha dunque accolto la richiesta del sostituto procuratore generale Gema Gualdi. L’imputato si è sempre dichiarato innocente e subito dopo la lettura della sentenza di primo grado i suoi difensori hanno annunciato il ricorso in appello. Le indagini sulla morte della giovane erano state riaperte nel giugno del 2015 – e culminate con l’arresto di Stefano Binda il 15 gennaio 2016 – a seguito dalla testimonianza di Patrizia Bianchi, amica dell’imputato, la quale si presentò agli investigatori affermando di aver riconosciuto la calligrafia di Binda nella lettera “In morte di un’amica” recapitata a casa Macchi il 10 gennaio 1987, mostrata in una trasmissione televisiva. La perizia calligrafica effettuata dalla consulente dell’accusa sostenne che a scriverla fu proprio Binda. Accusa che l’imputato ha sempre respinto.

processo lidia macchi

Contro la sentenza della Corte d’Assise di Varese, a ‘La Storia Oscura’ su Radio Cusano Campus è intervenuto l’avvocato Sergio Martelli, legale di Stefano Binda, il quale ha rimarcato l’innocenza del suo assistito, “vittima di un processo mediatico”: “Molte notizie sono emerse anche nel corso del dibattimento e molta gente si è fatta un’idea completamente diversa e cioè che dopo più di 30 anni non si sia riusciti a ricostruire nulla circa i fatti, mentre noi avevamo e abbiamo la prova che Stefano Binda quando fu uccisa Lidia Macchi era in vacanza a Pragelato in Piemonte: abbiamo dei testimoni che lo hanno riconosciuto. Testimoni che peraltro la Corte non ha citato per falso o reticenza“.

Omicidio Lidia Macchi sentenza: Stefano Binda condannato all’ergastolo

Nonostante la sentenza di condanna, ha evidenziato il difensore di Binda. “il movente del delitto non è emerso, perché la stessa Procura Generale ha ricostruito un movente, la parte civile un altro, forse poteva essercene un terzo. Cioè tre moventi diversi per una condanna all’ergastolo”. Mancano a suo dire i necessari “indizi gravi, precisi e concordanti” per condannare un imputato all’ergastolo. Per ciò che concerne la ‘famosa’ lettera prova che al processo ha inchiodato Stefano Binda, il legale ha detto: “Un noto avvocato di Brescia ci ha detto di aver ricevuto il vero autore di quella missiva chiedendomi di riferire questa cosa alla Corte ma senza fare il nome di questa persona; anche perché non è certo che sia stato proprio l’assassino a scriverla. E comunque noi adesso faremo anche un appello in cui diremo, se qualcuno ha scritto questa lettera lo dica perché qui non si sta scherzando, c’è un ergastolo di mezzo. Una lettera per me poco significativa anche perché molti periti hanno ritenuto che potessero scriverla in tanti. Oltretutto abbiamo una perizia con un livello scientifico importante secondo la quale non fu Binda a scrivere quella lettera. Perizia che contrasta con quella dell’accusa”. Venne richiesta una super perizia, dunque, per superare il dubbio. Perizia che fu negata dalla Corte: “Tutti, Procura, parte civile e noi avvocati difensori, chiedemmo una perizia terza che risolvesse l’enigma ma non è stata concessa”.

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