di Michela Becciu in

Mani Pulite 17 febbraio 1992: 25 anni fa l’inchiesta che smascherò l’Italia corrotta


 

Mani Pulite 17 febbraio 1992: 25 anni fa Tangentopoli, l’inchiesta che smascherò l’Italia del malaffare e delle tangenti

tangentopoli 25 anni fa

Mani Pulite 17 febbraio 1992: 25 anni fa l’inchiesta che mise sotto sopra il Paese, e scoperchiò un vaso di Pandora che svelò un sistema radicato di corruzione sul quale si reggeva l’apparato politico e imprenditoriale italiano.

Il pool di pubblici ministeri di Milano guidati da Antonio Di Pietro ordinò l’arresto di una lunga lista di faccendieri, politici e imprenditori che mandavano avanti il Paese a suon di tangenti: il primo a finire in manette fu Mario Chiesa, allora presidente del Pio Albergo Trivulzio e del Partito Socialista Italiano, colto in flagranza di reato con in tasca una mazzetta di 7 milioni di lire. Ma il vero terremoto politico si scatenò a un mese dal quell’arresto, quando alle 10 del mattino del 23 marzo Chiesa cominciò a rispondere alle domande di Antonio Di Pietro e del gip Italo Ghitti nel carcere di San Vittore. Mille tra arresti, indagati e coinvolti nella maxi inchiesta anti corruzione, che si consumò in meno di tre anni, dal febbraio 1992 al dicembre 1994.

Coordinata dalla Procura guidata da Francesco Saverio Borrelli e assegnata in prima battuta ai pm Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo, l’inchiesta sconvolse letteralmente l’assetto politico del nostro Paese: una valanga giudiziaria che smantellò la ‘Prima Repubblica’, Psi e Dc cessarono di esistere. Sconvolgenti i numeri: le persone indagate in questo immane procedimento giudiziario furono 4.500, 3.200 le richieste di rinvio a giudizio, tangenti e fondi neri per oltre 3.500 miliardi di lire. Tristemente noto il discorso in cui Bettino Craxi, ex premier e Segretario del Partito Socialista ammise di aver ricevuto finanziamenti illeciti, giustificandoli col fatto che quel modus operandi era condiviso e messo in pratica da tutti i partiti politici. Emblematico il ‘lancio delle monetine’ davanti all’hotel Raphael.

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“Bisognava rompere il patto di omertà”dichiara oggi Antonio Di Pietro a 25 anni da Tangentopoli – e bisognava trovare un modello investigativo tale per cui una delle due parti aveva interesse a rompere il patto di omertà”. La sua è una riflessione amara e intrisa di rammarico: “Gente che veniva da noi per riferire, gente che se ne andava via, perché facevano i latitanti, oppure terzo livello: vado in Parlamento e mi faccio le leggi che mi servono per rompere questo meccanismo investigativo. Si è passati dall’idea di una guerra fra guardie e ladri a una guerra fra bande. Dalla speranza c’è la desolazione, c’è il rammarico”. “Da una parte rimane l’amarezza nel constatare che nonostante tutto quel che ha scoperchiato Mani Pulite”, aggiunge, “il sistema della corruzione e del malaffare nella pubblica amministrazione è rimasto ma non come prima: si è ingegnerizzato per garantirsi maggiore impunità. Dall’altra parte bisogna sottolineare, come dimostrano le inchieste quotidiane, che la magistratura, nella lotta alla corruzione, non ha abbassato la guardia”.

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