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Marco Vannini news super perizia: morto per 130 minuti di ritardi e menzogne dei Ciontoli

Marco Vanni super perizia: se soccorso in tempo si sarebbe salvato

Marco Vannini morto per 130 minuti sprecati dalla famiglia Ciontoli, che anziché chiamare immediatamente il 118 riferendo la verità – ovvero che il ragazzo era stato ferito alla spalla da un colpo di arma da fuoco esploso a distanza ravvicinata – temporeggiarono raccontando menzogne all’operatrice, al fine di tutelare la propria posizione. Lo dice la super perizia dei consulenti nominati dalla Corte d’Assise di Roma, dove si sta svolgendo il processo a carico di Antonio Cintoli (l’imputato si è assunto la responsabilità di quello sparo, a suo dire “partito accidentalmente”), della moglie Maria, la figlia Martina (fidanzata della vittima), il figlio Federico e la fidanzata di quest’ultimo, Viola Giorgini, accusata di omissione di soccorso rispetto al più grave capo di imputazione di cui devono invece rispondere gli altri imputati: omicidio volontario con dolo eventuale.

Marco Vannini morto per 130 minuti ‘sprecati’ volutamente dai Ciontoli

I periti lo hanno ben spiegato, mettendolo nero su bianco: 130 minuti fatali nei quali, se soccorso, Marco Vannini si sarebbe salvato. Un arco di tempo, questo intercorso fra lo sparo e l’arrivo dei soccorsi, durante il quale Antonio Ciontoli diede direttive ai familiari su come agire, e peggiorò le condizioni di salute del povero ragazzo: sollevandogli le gambe, infatti, accelerò l’emorragia interna già in corso. Una manovra pericolosa per il cuore già sanguinante di Marco. Centotrenta minuti decisivi per le sorti del bagnino di Cerveteri, minuti preziosi sprecati, che hanno fatto la differenza tra la vita e la morte del ragazzo.

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Marco Vannini: la ricostruzione cronologica della sua agonia

Alle 23:20 del 17 maggio 2015 Marco Vannini viene ferito da un colpo di pistola mentre si trovava in casa dei suoceri a Ladispoli. Per dinamiche mai davvero chiarite il padre della sua fidanzata Martina, lo gli spara “accidentalmente”, dopo 21 minuti, alle 23:41, parte la prima telefonata al 118. A parlare è Federico, figlio di Antonio, e riferisce alla operatrice che un ragazzo “si è sentito male di botto”, “non glielo so spiegare cos’è successo” ma “non respira più …”. Telefonata interrotta da sua madre Maria, quando prende il telefono e dice: “Non serve più, nel caso richiamiamo”.Alle 00:06, mentre il povero Marco agonizzava e urlava disperatamente, parte la seconda chiamata al pronto soccorso. Stavolta a parlare è Antonio Ciontoli, che riferisce di una ferita causata “da un pettine a punta”, “il ragazzo è andato in panico”. L’uomo non dice della pistola, non dice dello sparo, continua a mentire e infatti poco dopo arriva in casa sua un’ambulanza in codice verde (bassa urgenza), non medicalizzata. A bordo non c’era un rianimatore che molto probabilmente avrebbe potuto far tanto per Marco Vannini che, arrivato al Pit di Ladispoli alle 00:45 spirerà alle 3:10 di quel tragico 18 maggio, dopo quasi 4 ore dal momento in cui fu ferito. “Sarebbe sopravvissuto con estrema probabilità” se soccorso in tempo, hanno scritto i periti del giudice, che il prossimo 18 dicembre spiegheranno ancora meglio il contenuto della super perizia, rispondendo in controinterrogatorio.

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