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Marco Vannini processo news: ferito “per gioco” e morto perché? Antonio Ciontoli depone in aula

Marco Vannini ucciso “per gioco”. Antonio Ciontoli – il principale imputato per la morte del 19enne di Cerveteri, ferito alla spalla da un colpo di arma da fuoco, soccorso in grave ritardo e morto dopo ore di agonia la notte del 18 maggio 2015 – ieri ha dato in aula la sua versione ‘ufficiale’ (dopo averne cambiate tante) e definitiva di ciò che accadde in casa sua a Ladispoli quella maledetta sera.

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Il maresciallo della Marina Militare nei servizi segreti dice di non essere un esperto d’armi, di avere esploso quel colpo di pistola per errore, mentre stava ‘giocando’ con l’arma, che credeva scarica. Un colpo esploso da una calibro 9 di cui l’uomo – imputato insieme ai familiari in Corte d’Assise a Roma per omicidio volontario con dolo eventuale, si è attribuito la responsabilità: “Ho sparato io a Marco, per errore durante un gioco, mentre lui si trovava nella vasca da bagno”.

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Circostanza alla quale i genitori di Marco non credono assolutamente giacché il figlio – i coniugi lo hanno ripetuto più volte davanti alle telecamere di Chi l’ha visto? – non si faceva mai vedere nudo nemmeno da loro, “figuriamoci se avrebbe fatto entrare in bagno suo suocero mentre faceva il bagno”. Troppe finora le incongruenze nelle dichiarazioni dei quattro imputati sentiti dai giudici. La prossima ed ultima a parlare sarà la moglie di Antonio Ciontoli, Maria Pezzillo.

Perché Antonio Ciontoli quella sera maneggiava le armi che deteneva in casa? E soprattutto, come è possibile che un militare non sappia se le armi che custodisce nella sua abitazione siano cariche o meno? Lui ha spiegato così la circostanza: “La mattina avevo deciso di pulire le mie 2 pistole e la sera mi sono ricordato di averle lasciate nella scarpiera del bagno nel momento in cui Marco si stava lavando. Sono entrato in bagno, tra me e Marco c’era un rapporto intimo. Anche mia figlia era presente ma è uscita. Marco ha visto le armi e ha chiesto di vederle. Abbiamo giocato un po’, ho preso la pistola, ho caricato e ho premuto il grilletto pensando fosse scarica”.

La famiglia Vannini non crede alle parole di Antonio Ciontoli

I legali e la famiglia di Marco Vannini non hanno dato credito alla deposizione di Antonio Ciontoli, e ribadiscono l’inattendibilità del suo racconto, anche perché l’uomo nelle prime ammissioni riferì agli inquirenti che la pistola gli fosse scivolata. Il ritardo nei soccorsi dovuto alle reticenze e volute omissioni dei Ciontoli al telefono con gli operatori del 118, l’imputato le ha giustificate così ieri in aula: “Mi sono accorto del foro di entrata sulla spalla e pensavo il proiettile fosse rimasto nel braccio. Perciò non ho chiamato l’ambulanza inizialmente, volevo portarlo io al pronto soccorso. Io e mio figlio Federico abbiamo portato Marco sul letto. Nessuno nella casa sapeva. A lui ho detto la verità (che Marco era stato colpito da un proiettile ndr) mentre andavamo al pit”.

 

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