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Milano, uccise moglie con 29 coltellate, giudice gli fa sconto di pena: condannato a 18 anni perché “non ci fu crudeltà”

Milano: massacrò la moglie con 29 coltellate dopo avere avuto un rapporto sessuale. Poi uscì di casa per crearsi un alibi, si fece vedere in giro, giocò alle slot e vinse anche 70 euro. Lo scorso ottobre Luigi Messina è stato sì condannato per quell’efferato delitto, ma non si può certo considerare esemplare la pena gli è stata comminata. Il giudice ha infatti escluso dalla sua condotta omicidiaria l’aggravante della crudeltà.

Le motivazioni della sentenza che sta facendo molto discutere sono a dir poco agghiaccianti: nessuna aggravante della crudeltà, ridotta la pena all’imputato, condannato quindi a soli 18 anni di carcere. Per il giudice non vi fu infatti “efferatezza d’animo” e “la consecuzione ossessiva dei colpi” è stata considerata come l’effetto di “un raptus e di una deflagrazione emotiva incontrollabile, piuttosto che la realizzazione di un deliberato intento di arrecare sofferenze aggiuntive alla propria consorte”. Accoltellò sì la moglie ma in maniera ‘mirata’, giacché i fendenti raggiunsero solo punti vitali. Ciò significherebbe che l’assassino non avrebbe colpito per arrecare ulteriori sofferenze alla povera vittima ma per ucciderla ‘subito’. Fa orrore questo ragionamento, ma sarebbe questa la spiegazione che avrebbe mosso il gup di Milano Livio Cristofano ad escludere l’aggravante della crudeltà a carico dell’uomo, condannandolo in primo grado a una pena relativamente bassa, in virtù dello sconto previsto per il rito abbreviato.

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L’omicidio si consumò il 15 gennaio 2017, la vittima Rosanna Belvisi, fu trucidata nell’appartamento in via Coronelli in cui la coppia di coniugi viveva, nella periferia di Milano. Luigi Messina è un’ex guardia giurata di 53 anni, dopo il delitto aveva pensato immediatamente di costruirsi un alibi andando in pasticceria a comprare i babà e aveva giocato alle slot machine. Tutto studiato nei dettagli. L’uomo in un primo momento aveva raccontato agli agenti della Squadra mobile di aver trovato la moglie morta in casa, poi confessò il delitto dopo un lungo e pressante interrogatorio. La pubblica accusa aveva chiesto una condanna alla pena massima che l’abbreviato impone, ovvero 30 anni di reclusione. Il giudice è stato invece molto clemente con lui, riducendo la condanna a 18 anni. “Si è trattato di un reato d’impeto caratterizzato da rabbia esplosiva” – si legge nelle motivazioni della sentenza – “l’aggravante dell’aver agito con crudeltà non può ravvisarsi nella mera reiterazione dei colpi di coltello inferti alla vittima se tale azione […] non trasmoda in una manifestazione di efferatezza”. Dalle autopsia infatti “risulta che, delle 29 lesioni accertate, tutte sono concentrate verso regioni del corpo vitali. Nessun colpo veniva diretto verso regioni del corpo che potessero arrecare solamente dolore, sofferenza o scempio del corpo, e non essere finalisticamente rivolto a cagionare la morte della vittima”. Incredibile e disumano ma, purtroppo, vero.

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