di Andrea Matarazzo

Mio Figlio Studia a Milano


 

Quando ero bambino pensavo che la mia città fosse l’unico posto al mondo. A diciannove anni andai a Firenze. Mentre scrivo, sono a Parma. Mio fratello vive in America. Un altro a Roma. Mia sorella è da anni che vive a Bologna. La piccola, andrà via. Sicuramente.

E’ strana la sensazione di quando parti per la prima volta. Sei così contento che non vedi l’ora di prendere il treno. D’altra parte è da quando si è piccoli che ti dicono che ciò di cui hai bisogno non vive a sud.

Presi il treno. Due valige grandi come armadi, dentro di tutto. Nella mia mente impressa l’immagine dei miei genitori mentre mi salutano, sono contenti, mi stanno salvando.
Arrivai, cercai lo sguardo della gente, uno sguardo amico. Pensavo di incontrare quello che incontri ancora nei paesi del sud, sguardi malinconici ma generosi, quelli che conosci da sempre, occhi scuri meridionali in mezzo a pelle rugosa. Vedevo solo signore impellicciate.
Non è mai stata la mia città Firenze, che non me ne vogliano i fiorentini, brava gente, ma non era la mia terra. Attorno a me non incontravo contadini, non sentivo l’odore della terra, non c’erano trattori che trasportavano sacchi di nocciole.

La prima volta che andai all’università e chiesero se ci fosse qualche straniero alzai la mano, involontariamente, di scatto, non lo feci apposta e l’alzai. Come l’alzò di fianco a me un ragazzo togolese.
Di lì in poi cercai di immedesimarmi in quella cultura. Cambiavano le mie espressioni ed ero deluso che nessuno me le avesse insegnate prima. In fondo a scuola lo sapevano che prima o poi ce ne saremmo andati, quasi tutti.

I meridionali sono un esercito in fuga. Non sanno quando e se potranno tornare a casa. E’ una guerra senza fucili. Si combatte contro stereotipi, contro i giudici delle vite altrui.
Non è questione di nord o sud, né di luoghi, né di persone. E’ questione di libertà. La libertà di decidere dove vivere la propria vita. Non si è liberi quando si vive sospesi in luogo aspettando il giorno che te ne andrai.

Eccomi a Parma, città ducale, raffinata. La gente qui è educata. Ti accorgi che la cultura italiana è qualcosa in più di semplici stereotipi.
Il futuro degli italiani sta nel ricordarsi di un passato che si intreccia e ci divide, ma non deve essere giudicato in modo superficiale.
Per la strada ne conosci tanti di meridionali. Li senti mentre cammini, ascoltando i dialetti mescolarsi fra loro. Guagliò, compà, mbare. E’ musica popolare. E’ taranta.
E’ strano ma impari a conoscere qui a nord il sud e i suoi abitanti. E’ dai loro racconti che ti vien voglia di andare a vedere con i tuoi occhi quei luoghi.

Oggi non si parte più con valige di cartone ma con un portatile di ultima generazione. Non abbiamo più il nome di emigranti. Si dice mia figlia studia a Milano, la mia a Torino, mio figlio vive a Verona. Sembra quasi una fortuna da far invidia alla gente, per cui vantarsene.
E’ una perdita che priva il sud dei suoi saperi, del suo futuro. Ma nessuno si scandalizza, nessuno si meraviglia, in fondo è una fuga che continua da 150 anni.
E’ normale.

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