in

Nel nome di Lorys: il dramma di un padre, il coraggio di raccontare il suo dolore

Nel nome di Lorys, Davide Stival con Simone Toscano e Daniele Scrofani. Un libro intenso, doloroso, esaustivo e necessario. Davide Stival parla a cuore aperto della tragedia che gli ha distrutto la vita, e lo fa grazie ad un percorso che forse senza l’aiuto – morale e professionale – del suo legale, Daniele Scrofani, mai avrebbe potuto intraprendere. Di questa terribile storia è già stato detto tutto e forse anche di più, eppure la percezione che qualche tassello manchi ancora per chiarire come siano andati i fatti è forte. Tante le zone d’ombra che nemmeno una lunga indagine e un processo sono riuscite davvero a chiarire. Non c’è infatti ad oggi una spiegazione logica per quanto accaduto, né il movente di questo omicidio, e forse mai ci saranno. Questo racconto di Davide Stival, che si mette a nudo in un dialogo, sofferto, con Simone Toscano – il quale ha il merito di avergli fatto domande giuste e forti, ma nel contempo delicate e rispettose del suo dolore e del suo essere profondamente schivo ed introverso – toccano il cuore. Le ho divorate queste pagine, con il nodo in gola, poiché è stato impossibile per me non entrare in empatia con questo padre ferito.

Un bambino di 8 anni ucciso dalla madre, Veronica Panarello. Questo dicono gli atti e una sentenza di primo grado. Non può esserci raziocinio in un gesto del genere; cosa può dare un senso alla morte violenta di un innocente, soprattutto se a provocargliela è la madre? Niente, credo. E a oltre tre anni da quel 29 novembre 2014 ci ritroviamo tutti, giornalisti, opinione pubblica e in primis la famiglia della vittima, a domandarci perché. Perché Veronica Panarello, che amava tanto il suo bambino (è lo stesso ormai ex marito a confermarlo in diversi passaggi della sua narrazione), gli ha tolto la vita? Sappiamo bene quante menzogne ha proferito in questi anni agli inquirenti, assumendosi infine la responsabilità del ‘solo’ occultamento del cadavere (atto non meno disumano dell’omicidio) e accusando del delitto suo suocero, contro il quale non sono emersi elementi di colpevolezza. Parola dopo parola, a un marito che le chiedeva solo la verità, Veronica ha saputo infondere solo ulteriori dubbi e sofferenze, infrangendo anche quella sua ultima speranza di conoscere i fatti veri, per come sono andati.

Leggi anche: Nel nome di Lorys, Davide Stival: intervista esclusiva di UrbanPost al suo avvocato, Daniele Scrofani

Un libro necessario, dicevo. Necessario per fare chiarezza su tante ‘pseudo verità’ emerse in questi anni, necessario in primis per papà Davide, che – è lui a precisarlo – lo doveva a se stesso e ai suoi figli. Ha voluto dar voce a quella che fino ad oggi è stata una muta sofferenza. Sopravvivere al proprio figlio, il dolore più grande. Se poi scopri che a uccidere il tuo bambino è stata la donna con cui l’hai concepito e che è stata l’amore della tua vita, beh, il dramma si quadruplica e, davvero, è difficile immaginare di doversi rialzare, riprendere la quotidianità e reagire a tanta sofferenza per il bene dell’altro figlio che ti è rimasto. Davide nel suo racconto va a ritroso nel tempo, e ci descrive la sua vita prima e dopo il giorno del delitto; rilegge fatti, episodi, aneddoti, dettagli ai quali forse in passato non aveva dato il giusto peso, e che oggi si vestono di un nuovo significato se considerati alla luce dei fatti accaduti e dell’amara verità messa in luce dal processo di primo grado che ha condannato la Panarello a 30 di reclusione. E in effetti, a furia di scavare nel suo passato e in quello di Veronica, Davide quasi inconsapevolmente riporta a galla innumerevoli episodi che definire bizzarri, inquietanti e sospetti sarebbe riduttivo. Quanta genuinità nelle parole di questo giovane padre, protagonista suo malgrado di un dramma familiare senza pari, che ‘viviseziona’ la sua vita nel disperato tentativo di cercare risposte agli interrogativi che lo attanagliano. Capire il perché del black out nella testa di Veronica in quei sciagurati minuti in cui ha deciso di togliere la vita al loro bambino.

Tra tutti gli episodi citati nel libro in oggetto ce n’è uno da brivido: le ricerche online fatte dalla Panarello nei giorni precedenti il delitto inerenti a notizie su ‘minori’ maltrattati e deceduti in circostanze sospette, e poi un’altra successiva all’omicidio (prima del suo arresto) dove la donna mette un ‘like’ a un pezzo giornalistico con questo titolo: “Lorys, indagini serrate sulle telecamere. In campo gli investigatori di Yara”. Lette quelle righe per me è stato impossibile non ipotizzare che forse lei quel delitto in un certo qual modo se l’era prefigurato nella sua mente. Si può parlare di premeditazione? Sebbene il giudice non gliela abbia contestata, non si può certo non constatare nella condotta della Panarello un certo compiacimento per essere ‘sulla bocca di tutti’, ma soprattutto l’aver pensato alla morte di minori poche ore prima di togliere la vita al suo bambino. Solo coincidenze? Non credo.

C’è poi il passato di Veronica. In parte ce lo ha svelato l’inchiesta, in questa narrazione lo ha cristallizzato proprio Davide, che ci dipinge una donna dal carattere forte, ma fragile, in fondo. I rapporti conflittuali con i suoi familiari, ed in particolare con la mamma Carmela, hanno accompagnato (e ancora lo fanno) la vita di Veronica. Fantasmi del passato che la tormentano e, nonostante lei abbia cercato in ogni modo di rifuggirli, puntualmente si ripresentano nella sua vita. Vuoti affettivi mai davvero colmati, che hanno lasciato in lei una insicurezza di fondo e il timore dell’abbandono che – questa è l’impressione che ho avuto – in parte spiegano il perché di molti suoi assurdi comportamenti già prima del delitto, figli di un atteggiamento egocentrico che se spogliato dell’involucro esteriore mettono a nudo il suo modo – sì, sbagliato e maldestro – di chiedere aiuto, attirare a sé l’attenzione dei suoi cari, sentirsi al centro dei loro pensieri, al primo posto nella loro vita. E Veronica – è Davide che lo racconta senza mezzi termini a Simone Toscano – l’ennesima batosta ‘affettiva’ l’aveva ricevuta proprio pochi giorni prima di uccidere Lorys, quando suo padre biologico rifiutò di incontrarla dopo diversi colloqui avuti con lei, nei quali l’uomo inizialmente si era mostrato consenziente alle richieste della figlia di iniziare una frequentazione, per poi tirarsi indietro. Veronica Panarello, è noto, non è figlia naturale di Franco, l’uomo che l’ha cresciuta, unico familiare che le sta accanto incondizionatamente da quando è imputata per l’omicidio del figlio. Venne a sapere da sua madre Carmela, in maniera brutale e completamente priva di tatto, di essere il frutto di un occasionale rapporto sessuale extraconiugale. E questo fatto la segnò a vita, indelebilmente. Davide lo sottolinea più volte nel suo dialogo con Simone Toscano.

Le carte del processo e la perizia psichiatrica redatta dagli esperti nominati dal giudice Andrea Reale ci dicono che Veronica Panarello è sana di mente e capace di intendere e di volere. “Lucida assassina” viene descritta, affetta sì da un disturbo della personalità che tuttavia non avrebbe mai inficiato la sua lucidità quando commetteva il delitto del figlio e soprattutto nella fase successiva ad esso, di mero depistaggio finalizzato all’allontanamento dei sospetti da sé. ‘Sindrome di Medea’ allargata all’intera famiglia, da distruggere, ha sentenziato il giudice di primo grado, spiegando così, per quanto possibile, una dinamica omicidiaria mai davvero chiarita completamente. Eppure qualcosa sfugge ancora a tutti noi, secondo me. Manca il filo invisibile che lega tutte le ‘tappe’ di questa vicenda giudiziaria e il suo antefatto, filo che solo Veronica Panarello può fornirci.

Manca l’assunzione di responsabilità da parte sua, e questo è indice di immaturità e incoscienza a mio parere. Tacere ad oltranza di fronte a gravi indizi di colpevolezza, come i fatti hanno dimostrato non le è servito a niente se non a peggiorare la sua posizione, portandola alla condanna massima che l’abbreviato ammette: 30 anni di carcere. Sono la prima a ritenere che chi commette un delitto debba pagare con una pena esemplare. Nel caso di specie tuttavia ritengo che questa donna debba essere aiutata a compiere un percorso da cui non può prescindere: ammettere a se stessa quanto accaduto, scavare dentro di sé per cercare il motivo recondito che l’ha spinta a macchiarsi del delitto peggiore. Perché è lei che deve partorirlo attraverso un aiuto psicologico che forse la detenzione in carcere rende oltremodo difficoltoso. Ciò che questa donna avrebbe fatto non suscita in me (come di solito accade quando apprendo di vittime innocenti uccise per mano di lucidi assassini, siano essi bambini o no) rabbia e desiderio di vendetta. Anzi, tanta umana pietà, profondo senso di tristezza e solitudine per Veronica, lasciata sola nella fredda cella di un carcere con le sue colpe, le sue responsabilità e menzogne. La mia non vuole certo essere una posizione ‘assolutoria’ nei confronti della Panarello; comprendo anzi profondamente i motivi che hanno spinto Davide Stival a recidere ogni contatto con lei, lei che in tutto questo tempo si è rifiutata di dargli l’unica cosa che lui le ha chiesto: la verità. Mi domando però se davvero tutto è stato tentato per ‘salvare’ questa donna da se stessa. Veronica Panarello ha oggi più che mai bisogno di aiuto, di qualcuno che la induca a tirare fuori l’indicibile che nasconde dentro di sé. Solo così potrà arrivare a raccontare i fatti per come sono andati la mattina del 29 novembre 2014, ma soprattutto cosa è scattato nella sua mente prima di quel momento. Chi ascolterà mai la sua richiesta di aiuto? Sì, perché Veronica Panarello è da una vita che cerca di gridare al mondo il suo malessere, nessuno però finora ha saputo andare oltre la superficie di quei suoi bizzarri, esagerati ed egocentrici modi di fare, figli di una sofferenza sfociata nel peggiore dei modi.

 

 

terremoto oggi centro italia

Terremoto oggi a Genova: scossa magnitudo 2.3 a Rezzoaglio

Chi è Michela Moioli, oro a PyeongChang nello snowboard cross