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Nove anni senza Marco Pantani, un dolore che si rinnova

Pantani ha colorato d’azzurro la storia del ciclismo moderno. Nel ’98 riportò in Italia la maglia gialla del Tour de France 33 anni dopo l’ultimo successo alla Gran Boucle firmato da Felice Gimondi. Eppure la sua vicenda sportiva, ma soprattutto umana, è finita nell’oblìo.

Già perchè quando scrivi Pantani, non puoi omettere di ripensare alla mattina del 5 giugno 1999 quando a Madonna di Campiglio fu fermato per l’elevato valore di ematocrito. Quel giorno fu scagliata la prima pietra contro la sua fragilità. E allora meglio tacere, meglio dimenticare ciò che fa vergognare quanti hanno portato Marco sulla strada della perdizione, della consolazione artificiale fatta di cocaina. Fu scelto il più forte in sella, senza sapere che era tra i più deboli nella vita. Fu scelto lui perché c’era bisogno di un’icona da bruciare per dare una parvenza di pulizia in un mondo che invece era ammorbato dal doping.

Il recente ‘outing’ di Lance Armstrong sulle proprie pratiche dopanti compulsive, non serve a riabilitare il Pirata. Non serve a restituirgli la vita. Ma deve imporre una riflessione sul trattamento che allora fu riservato a Pantani. Del quale racconteremo le imprese ai nostri figli. Del quale oggi, con la tristezza in fondo al cuore, piangiamo la morte, nove anni dopo.

Written by Fabrizio Pucci

Fabrizio Pucci nasce nel 1970 a Livorno, città dove risiede. Nel 1984 pubblica il primo articolo, la presentazione della partita di calcio Livorno-Ancona. Dopo il Liceo inizia una serie di collaborazioni con radio e tv che con gli anni lo porteranno fino a Tele+ e Sportmediaset. Attualmente collabora con Il Tirreno di Livorno. Appassionato di Sport, non si perde una partita del 'suo' Livorno per lavoro, ma anche per amore della maglia amaranto. Pessimista di natura, perché è sempre meglio prepararsi al peggio per poi festeggiare il meglio.

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