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Omicidio Yara, 7 anni fa la scomparsa: Massimo Bossetti condannato ma il caso non è ancora chiuso

Omicidio Yara Gambirasio: esattamente sette anni fa, alle 18:55 del 26 novembre 2010, il cellulare della 13enne di Brembate dava il suo ultimo segnale di vita. Yara era appena uscita dal centro sportivo poco distante da casa, dove era giunta a piedi per consegnare uno stereo che sarebbe servito l’indomani per un saggio.

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Esce dalla palestra e sparisce nel nulla. Verrà ritrovata casualmente tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011, a dieci chilometri di distanza, tra le sterpaglie del campo incolto di Chignolo d’Isola. Sul suo corpo martoriato da ferite da arma da taglio – precisamente sugli slip e sui leggings che indossava – venne rinvenuta e isolata una cospicua traccia di Dna maschile. Un profilo genetico denominato ‘Ignoto 1’, che solo poche ore prima dell’arresto, avvenuto il 16 giugno 2014, venne attribuito al muratore di Mapello, Massimo Bossetti. Lunghe e tortuose indagini portarono al 43enne che dal momento in cui fu sottoposto a fermo dichiarò di essere estraneo ai fatti. Quella traccia genetica però, nonostante la sua proclamazione di innocenza, gli costò il carcere preventivo in attesa del processo e due condanne, in primo e secondo grado, all’ergastolo.

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Proprio per il fatto di aver sempre ribadito di non aver mai visto, conosciuto e frequentato Yara Gambirasio, il carpentiere bergamasco senza un alibi per la sera del delitto e incapace di spiegare il perché del suo profilo genetico in quella zona intima sul corpo della vittima, è stato giudicato colpevole del reato di omicidio a sfondo sessuale aggravato dalla crudeltà dalla Corte d’assise di Bergamo, il 1° luglio 2016, e da quella d’Assise d’appello di Brescia, il 18 luglio scorso. Negata all’imputato la più volte richiesta di una super perizia su Dna che secondo la difesa avrebbe dimostrato errori compiuti nelle indagini, la non appartenenza di quel profilo genetico a Bossetti, scagionandolo, dunque. I giudici di Brescia però non hanno avuto dubbi nel ritenere colpevole il muratore di Mapello, tanto da ritenere del tutto inutile la ripetizione degli accertamenti genetici richiesti, e nelle motivazioni della sentenza si sono espressi ancora più duramente nei riguardi dell’imputato e dei suoi difensori, di quanto fecero i giudici di primo grado.

Adesso l’ultima e definitiva parola passerà alla Corte di Cassazione, cui la difesa di Bossetti si è appellata, chiamata a valutare la giustezza dei due procedimenti giudiziari e valutare se accogliere o meno le rimostranze degli avvocati difensori di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini.

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