di Antonio Paviglianiti in

Piotta: “Applausi al comandante metafora della società, Roma è annoiata, cosa penso dell’hip hop di oggi” (INTERVISTA)


 

Piotta in una lunga intervista ci racconta la sua Applausi al comandante, si sofferma sull’attuale situazione di Roma e parla dei suoi grandi successi del passato…

Siamo su La Grande Onda in compagnia di un vecchio Supercafone. Potremmo fare un piccolo viaggio spazio-temporale a 17-20 anni fa, ma ci fermiamo e non vogliamo perderci La Mossa del Giaguaro. Potremmo, giusto. Ma è preferibile restare a oggi, al 2017. Perché Tommaso Zanello, conosciuto da tutti come Piotta, è ancora in attività. Ha fatto una scelta di vita: allontanarsi dai riflettori, non diventare una marchetta di sé stesso, prendersi del tempo per sé. Oggi Piotta continua a essere un musicista di professione, è un produttore, realizza nuovi singoli e nuovi dischi, si intrattiene con il suo pubblico. Ha scoperto un nuovo modo di comunicare, una spontaneità che negli anni ’90 non avrebbe potuto esprimere proprio per l’assenza di mezzi. Da qualche settimana Piotta è in giro per i club con il suo nuovo EP, 8 e 1/2. Estratto da questo lavoro c’è il singolo Applausi al Comandante. E siamo partiti da lì, insieme a Tommaso, per compiere un viaggio a tappe: dal rap musica alternativa a quel sogno realizzato ma annacquato, alle metafore delle sue canzoni fino al Piotta di oggi.

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Ciao Tommaso. Eccoci qui pronti per allacciare le cinture, sarebbe proprio il caso di dirlo. Portarci in questo viaggio, raccontaci perché questi “Applausi al comandante”…
“A livello sonoro il singolo Applausi al comandante porta avanti il discorso degli ultimi lavori: c’è un crossover tra rap e rock, un approccio più live. Ho scelto questo periodo come data di uscita perché vorrei che questa canzone accompagnasse tutto il tour estivo. Applausi al comandante è contenuto nell’EP 8 e 1/2, insieme ad altre canzoni che nascono dal precedente tour e mantengono un appeal aggressivi. Di cosa parla Applausi al comandante? Il brano vuol essere un po’ una metafora, uno spaccato del Paese visto come un volo aereo. C’è questa nuova compagnia (Piotta Airlines). Pensa, abbiamo usufruito di un velivolo, un vecchio AirFrance, acquistato da un conoscente del regista del video-clip: lo usa per feste private. Comunque, Applausi al Comandante racconta la storia di un pilota che fa decollare e porta ad atterrare questo aereo da cui escono tutti illesi. Ci sono delle turbolenze ed è il comandante a prendersi tutti i meriti sebbene sia stato il co-pilota. Ecco, l’obiettivo di questa canzone è quello di evidenziare che il viaggio lo si fa tutti insieme, tutti giocano una parte importante all’interno della società, non c’è il merito di solo uno.”

Caro Piotta, ti seguiamo costantemente. Non abbiamo perso le tue tracce. E ci colpisce in particolar modo la tua attenzione ai temi sociali di tutti i giorni. Non ti occupi solo di musica, ma ti soffermi su politica e cultura. Lo fai interagendo con il tuo pubblico. Quanto è diventato importante per te l’utilizzo di media come Facebook?
“Beh, i social network sono stati quel qualcosa che mi è sempre mancato per comunicare nel modo in cui avrei voluto. E questo negli anni ’90 non potevo assolutamente farlo. Ecco, ti posso dire che adesso questo è il mio modo ideale di fare musica e non lo dico perché mi dico ‘Vabbè, è andata così’, ma perché è questo che sono, un musicista. Ho anche un momento creativo, quando sto in studio ed è lì dove penso alle rime, alle canzoni. Per me fare musica è questo. Grazie ai social network, però, è cambiato anche il modo di rapportarmi con i fan. In passato Piotta per pubblicizzare qualche suo lavoro doveva andare in studi televisivi o radiofonici dove non c’era interesse per “Piotta” e la sua musica, ma solo in qualità di personaggio. Da qui son nate parecchie incomprensioni che hanno rischiato di annacquare il rapporto personale con i miei fan. Dovevo parlare con 100.000 per raggiungere mille. Ecco, il web per me ha aiutato a risolvere queste incomprensioni: mi rivolgo sì a un pubblico più ristretto, ma è messo a fuoco su quel che davvero voglio comunicare. Per me la musica è colonna sonora non solo della vita ma anche della mia crescita. Pensa, ai tempi della scuola non pensavo nemmeno di fare il musicista di professione. Io, crescendo, ho capito qual è il senso della mia vita, anche grazie all’esperienza. Ho avuto la fortuna di maturare insieme alla musica.”

—> Applausi al comandante: testo e video 

Domanda a bruciapelo: il rap esiste ancora? Cosa ne pensi della scena attuale.
“Non c’è più quel rap? No, l’hip hop è ancora presente, non c’è più solo quella specifica forma, sia musicalmente che come attitudine. Non è più un genere alternativo, bensì di massa. Ecco, era il sogno di tutti noi, dei ragazzi degli anni ’90 poter vedere l’hip hop a questi livelli. Il problema, però, è che questo sia diventato oggetto di tutti e il significato si è molto annacquato. Per fortuna, comunque, parliamo di musica ma possiamo fare un parallelismo con gli anni ’90: oggi l’hip hop è un po’ come il pop degli anni ’90, quello dei bellocci, quello mainstream che non dice niente. Ecco, se oggi fossi al liceo sono sicuro che non amerei l’hip hop: ne ero appassionato quando andavo a scuola perché era quel genere musicale che consentiva a Tommaso di differenziarsi dalla massa.  Ovvio, ha ancora qualcosa di buono, non tutto è negativo. Non è il male assoluto. Ci sono degli ottimi elementi, molto più variegati adesso sulla scena rap. C’è ancora chi mantiene la poetica di strada come Marracash, chi vuole ostentare i soldi come Guè, ma anche i testi intimisti di un Mecna oppure i nomi storici che riescono ancora a riempire i posti in cui vanno a esibirsi. Poi ci sono quelli come me, come Piotta. Io per esempio non faccio più solo hip hop, faccio qualcosa con il cuore, come me la sento. La musica è anche intrattenimento… ma non deve essere solo quello.”

Sappiamo che sei stato a Napoli di recente per il concertone del Primo Maggio e ti è piaciuto davvero tanto. Cosa ci dici, invece, del grande evento che ogni anno si svolge a Roma?
“Sono stato recentemente al concertone del Primo Maggio di Napoli e posso dire che per fortuna mi sposto spesso da Roma. La Città Eterna è bellissima, ma in questo periodo è molto messa male. Roma è annoiata, spenta, apatica. Napoli, per quanto sia una città con dei problemi, resta una grande metropoli e presenta i suoi pro. Per esempio c’è grande umanità e grande socialità. Ci siamo incontrati con altri ragazzi, ho ritrovato una grande energia, una grande voglia di fare. Cose che purtroppo a Roma, in questo momento storico, non ci sono. Ti devo dire che il concerto di Napoli me lo sono proprio goduto. Mi sono appassionato, c’era tantissima gente. Per quanto concerne quello di Roma per me è ‘casa mia’. Ci sono andato quattro volte e ne sono legatissimo. Al liceo ci passavo con il motorino e dicevo: ‘Un giorno suonerò qui’. Ecco, suonare lì è come essere su un tappeto volante. Ti consente di stringere accordi, di ‘volare’, di trovare delle collaborazioni con gente che fino a poco tempo prima guardavi da lontano…”

Altra domanda a bruciapelo: è una sensazione nostra oppure sei contento di non essere rimasto il Piotta di Supercafone e ‘tormentoni’ simili del  tuo repertorio discografico?
“Io faccio il musicista, il mio scopo principale è arrivare a creazione canzoni perché facciano stare bene gli altri. Ma canto anche per me stesso, devono far stare bene anche me. Non ho problema a riproporre pezzi del mio repertorio perché se quella canzone è stata fatta in quel determinato periodo vuol dire che era venuta bene e che la porto dietro con piacere. Certo, ti dico anche che metterei di nuovo mano su molte cose se potessi; alle volte mi dico: ‘Ma potevo fare così, potevo cambiare questo…’, ma chi non se lo rimprovera? Per esempio, ho dato mandato al mio entourage di cassare le richieste per serate da tre, quattro canzoni perché so come funzionano questi eventi e non mi piace. Se invece si tratta di una chiamata che dà spazio a un bel Festival dove c’è la possibilità di crescere, di far qualcosa di divertente e importante, anche se con meno soldi, sono disponibile. A me interessa seminare bene. Poi le canzoni di fine anni ’90 inizio duemila fanno parte di un Tommaso ventenne: uno a 20 anni scrive dei testi, a 40 ne scrive altri perché è cambiato. Io non potrei tornare a scrivere pezzi su quella falsariga perché non potrei parlare della generazione di ventenni attuale. Non la conosco. Ed è per questo che tendo spesso a non giudicare troppo gli altri: io non mi potrei rivedere in un testo di un ventenne di oggi. Posso dare dei giudizi tecnici, niente di più.”

 

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