di Alessandro Cirinei

Quanto è difficile essere una start up!


 

A volte creare o soltanto essere parte di una “start up” sembra quasi un lusso. La parola “start up” fa figo ed ha indubbiamente un appeal notevole in quanto sinonimo di dinamismo, innovazione, ambiente di lavoro flessibile dove regna la motivazione e l’impegno.

Dopo molti anni come manager in azienda mi sono semplicemente “puoi farcela!”. Le idee c’erano, le risorse umane adatte anche e la competenza nonchè la conoscenza dei mercati pure.
Trovare i capitali per partire non è stato problematico. Alcuni cosiddetti “business angels” affidabili che si fidano di te e che speri non si tramutino in “business devils”, un pò di risorse che hai accumulato nel tempo con il tuo lauto stipendio ed il gioco è fatto.

Non mi sono mai fatto influenzare dall'”american dream” dove tu fai lo start-upper di mestiere e dove fallisci ma trovi sempre qualcuno che ti da qualche milione di euro perchè ti vendi bene.
Il vero problema però è “come diavolo si esce dalla fase di start up”?
Si può essere innovativi, si può costruire un modello di business scalabile e viabile, si può mettere su un team di esperti ma per giocarsela davvero ad un certo punto ci vogliono i veri soldi. Altrimenti resti una start-up a vita!

La sensazione è che sia più facile ottenere due spiccioli quando sei ancora un progetto su carta, quando ancora non esisti ma sei bravo a produrre documenti di impatto che oggi si chiamano “elevator pitch” o “mission statement”, quando riesci ad immaginare molto bene cosa potresti realizzare trasformando il tuo modello in numeri come un novello Nash.
Puoi partecipare a concorsi, puoi incontrare fondi di investimento facendo a gara con gli altri mettendoci la faccia, puoi persuadere qualche riccone ed oggi puoi anche aprire una isrl, ossia una srl semplificata “innovativa” (ecco che cos’è la “i”) con soli 50 euro per gestire un venture capital, come indicato nell’auspicato e positivissimo rapporto voluto da Corrado Passera denominato “Restart Italia”.

Tale rapporto, presentato a Roncade (vicino a Treviso), finalmente definisce cos’è una start up, un’azienda dove il 51% delle quote appartiene a persone fisiche, con meno di 4 anni di vita, con un fatturato non superiore ai 5 milioni di euro, senza distribuzioni di utili ed una contabilitò trasparente che riguardi un business innovativo con un contenuto tecnologico rilevante. Sicuramente “Restart Italia” è un passo avanti non solo per le facilitazioni fiscali che in esso sono suggerite, specie la dannata IRAP, ma anche e soprattutto per l’idea di costituire un fondo dei fondi dedicati al venture capital con il contrinuto della cassa depositi e prestiti, delfondo rotativo di Invitalia e dal fondo Htc-Sud. Poi ancora tassi agevolati per le grandi imprese che decidono di investire in start-up e le garanzie al credito erogato dalle banche.

Tutte ottime notizie che non mi aiutano a risolvere il mio problema di uscire dalla fase di start-up. Se riuscire ad ottenere preziosi investimento in fase di seeding stà diventando infatti più semplice, dopo due anni, quando galleggi intorno al break even ed hai già dimostrato qualcosina, sembra davvero dura attrarre capitali un pò più ingenti, quantomeno in Italia.
I business angels hanno risorse limitate e spesso sembrano focalizzati sul “seeding” mentre le imprese hanno poca flessibilità e mentalità per decidere di acquistare quote e scommettere. Quanto ai pochi fondi di investimento che sono interessati a investire in start up già avviate, spesso c’è difficoltà a analizzare il percorso già fatto ed a far comprendere lo scenario sulla base dei numeri del momento.

La “start up” è un bel gioco che deve gioco forza durare poco. Se una start up non si evolve in azienda, se il modello di business non “sboccia” e se i ragazzi di talento non diventano manager il gioco può diventare un incubo e spesso è un vero peccato. Già perchè se manca il propellente ed il motore s’inceppa la possibilità che tutto vada a ramengo è concreta nonostante i buoni propositi.

Serve un cambio di mentalità non solo riguardo alle facilitazioni per il lancio di una start up ma anche per interventi su quelle start up che potrebbero sfondare. Servono, per concludere, provvedimenti per frenare il tasso di mortalità delle start up e strumenti flessibili che riescano a valutarle.
Per ora, niente di buono all’orizzonte!

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