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Riforma Copyright UE: cosa prevede e perché per Di Maio è “un bavaglio alla rete”

La riforma del Copyright e del diritto d’autore approvata la scorsa settimana dal Parlamento Europeo sta spaventando chi, su Internet, ci lavora. E a prendere una forte posizione, prima a Stasera Italia su Rete 4 e successivamente con un lungo post sul Blog delle Stelle, è il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. Ma cosa prevede la riforma del copyright UE? I punti essenziali sono due: la difesa degli editori dagli aggregatori di notizie e dei controlli per bloccare preventivamente le violazioni del diritto d’autore. Andiamo a vedere, nel dettaglio, cosa prevede la riforma del Copyright UE e la posizione di Di Maio.

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Riforma Copyright UE: quali sono i problemi che emergono?

Come riportato da testate giornalistiche specializzate del settore, la riforma del copyright realizzata dalla UE ha due problemi. Il primo riguarda l’articolo 11. Si tratterebbe di una sorta di “tassa sui link” (Link Tax) che costringerebbe le piattaforme online come Facebook e Google ad acquistare licenze da società di media per poter proporre agli utenti link ad articoli ed a notizie. Il secondo problema è legato, invece, all’articolo 13. Si tratterebbe, in questo caso, di uno speciale filtro sui contenuti caricati. In altre parole, questa disposizione prevederebbe che tutto ciò che è stato caricato online nell’UE venga controllato per verificare eventuali violazioni del Copyright. Governo news: «M5S privo di ideologia e visione, Casaleggio ne sarebbe uscito» dice Paolo Becchi

Di Maio: “Riforma inaccettabile, come governo ci opporremo”

È inaccettabile. E come governo ci opporremo. Faremo tutto quello che è in nostro potere per contrastare la direttiva al Parlamento europeo e qualora dovesse passare così com’è, dovremo fare una seria riflessione a livello nazionale sulla possibilità o meno di recepirla. Perché internet dev’essere mantenuta libera, indipendente, al servizio dei cittadini. Nessuno può permettersi di fare azioni di censura preventiva, nemmeno se quel qualcuno si chiama Commissione europea.
Questo provvedimento, contro il buon senso, ci riporterebbe indietro di vent’anni e consentirebbe di concentrare il potere nelle mani di poche persone. Di poche piattaforme e di poche multinazionali. Questa direttiva è la plastica dimostrazione che qualcosa in quei palazzi, e mi riferisco al Parlamento europeo in questo caso, c’è qualcosa che non funziona. E questo qualcosa è una città intera di lobbisti che si muovono all’interno delle istituzioni comunitarie senza l’obbligo di dire cosa fanno, chi rappresentano, con chi parlano, quanto guadagnano e da chi sono pagati. Intendo una città intera di lobbisti che influenza il processo decisionale non a caso, perché stiamo parlando di almeno 30mila lobbisti che ogni giorno entrano in quei palazzi.

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