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Riforma del Lavoro 2018, accordo Pd – M5S? Ecco le proposte in sede di campagna elettorale

Le news dal mondo del Governo per la formazione di un esecutivo da portare a Palazzo Chigi evidenziano la possibilità di un accordo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Sarà Roberto Fico, Presidente della Camera, a sciogliere le riserve nelle prossime ore. Ma quali sono i punti in comune tra queste due correnti politiche che, nel corso degli ultimi cinque anni, ha giocato come “il gatto con il topo”? Andiamo a spulciare quanto promesso in sede di campagna elettorale in termini di Riforma del Lavoro 2018, ci sono punti in comune?

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Riforma del Lavoro 2018 Movimento 5 Stelle: investimenti produttivi e salario minimo orario

Anzitutto investimenti produttivi per la Riforma del Lavoro 2018. Tridico, del resto, indica come “gli investimenti produttivi dello Stato nei settori a più alto ritorno occupazionale, senza i quali il reddito di cittadinanza sarebbe una misura monca, poiché non potrebbe offrire ai beneficiari il lavoro di qualità che abbiamo in mente”. “L’idea – prosegue Tridico – è di destinare almeno il 34% di questi investimenti nel Sud Italia, che ha urgente bisogno di uscire dal sottosviluppo e dal sotto-investimento a cui lo hanno condannato le politiche economiche degli ultimi decenni e l’assenza di una strategia industriale e di sviluppo”. Tra le priorità indicate dal Movimento 5 Stelle anche “il salario minimo orario” che ha il compito di salvaguardare quelle categorie di lavoratori non coperte da contrattazione nazionale collettiva. L’obiettivo è di sradicare sfruttamento e precarietà, che negli ultimi anni sono cresciuti enormemente, e dare anche un impulso alla domanda interna.

Riforma del Lavoro 2018 Movimento 5 Stelle: patto di produttività e robotizzazione

Tra le misure per il lavoro targate M5S vi è anche un Patto di Produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese, “al fine di rilanciare salari, produttività e investimenti, soprattutto in quei settori in cui decideremo di intervenire selettivamente con la riduzione del cuneo fiscale”. “Dobbiamo impedire – spiega Tridico che il minor costo del lavoro porti le imprese ad ignorare gli investimenti ‘capital intensive’ in settori ad alto contenuto tecnologico, come accaduto in questi anni tramite i circa 23 miliardi di sgravi fiscali sulle nuove assunzioni regalati dal Jobs Act”. Infine, tra le misure M5S, compare il tema di più lungo periodo della robotizzazione, “una sfida che – secondo Tridico – non va lasciata alla schizofrenia del mercato, ma gestita politicamente. Il primo passo in questo senso sarà la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, in modo da aumentare l’occupazione e di incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese”.

Riforma del Lavoro 2018 Partito Democratico: i 5 punti cardine

E per quanto concerne il Partito Democratico, quali sono i punti cardine presentati nel corso della campagna elettorale in merito alla cosiddetta Riforma del Lavoro 2018? Detto che il Pd non può “smentire” sé stesso e bocciare il Jobs Act, ecco quanto proposto in sede di campagna elettorale:

  1. “Rendere la creazione di posti a tempo indeterminato economicamente più vantaggiosa. Proponiamo di ridurre il costo del lavoro di circa un punto all’anno nel corso della legislatura portando il costo dei contributi dal 33 per cento di oggi al 29 per cento”.
  2. “Introdurre il salario minimo garantito per tutti, misura di civiltà per combattere l’opportunismo dei lavoretti sottopagati, dei contratti pirata, delle cooperative spurie. Sarà fissato da una commissione indipendente e varrà solo per chi non è coperto da un contratto nazionale”.
  3. “Sul piano fiscale, vogliamo completare la misura degli 80 euro, che abbiamo introdotto per i lavoratori dipendenti, estendendola alle partite Iva nella stessa fascia di reddito”.
  4. “Rafforzeremo gli Istituti tecnici superiori (Its) con l’obiettivo di raggiungere 100 mila studenti nel corso della prossima legislatura”.
  5. “Portare al 22 per cento le aliquote Ires e Iri sul reddito delle nostre piccole e grandi imprese (che abbiamo già abbassato dal 27,5 per cento al 24 per cento)”.

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