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“Segreti e No” l’ultimo libro di Claudio Magris (non è più un mistero)

So di curiosi individui che hanno l’abitudine di svagare i propri cattivi pensieri in libreria. Altri, più velleitari – ignoro se più o meno problematici – sentono di non poter fare a meno di mettere nero su bianco. Categoria a parte è quella degli scrittori che, per uno strano paradosso, usano le parole per difendere il proprio diritto a celare, sottrarre o, più radicalmente, tacere. Il lettore dotato ancora di lucidità cristallina potrebbe terminare qui la lettura di questo pezzo. Chi, invece – avendo ormai buttato lo sguardo oltre il punto – volesse sapere qualcosa in più sul tema del No, si dica sì e vada pure avanti.

Segreti e No, l'ultimo libro di Claudio Magris

Per aggiunge parole a parole per spiegare un inspiegabile meccanismo di sottrazione, ricorderei quello che Fruttero e Lucentini definirono un libro raro: Il segreto di Joe Gould (1964) di Joseph Mitchell. In una New York molto poco scintillante si aggira un bohémienne vestito di stracci che riesce ad attirare su di sé la curiosità di un giornalista del New Yorker millantando di essere l’autore di una “Storia orale del mondo”, un’opera di cui solo i posteri sarebbero riusciti a comprendere la grandezza. L’intenzione del clochard non è soltanto quella di fare della loquacità del mondo arte, ma considera fondamentale il rilievo storico-documentaristico della sua scrittura tanto da sostenere di aver ormai scritto un testo più alto di lui, infinitamente pieno di conversazioni origliate girovagando per strada, senza badare alla loro rilevanza. Tale atteggiamento stride clamorosamente con l’attitudine dei cosiddetti scrittori del No, tra i quali si inserisce anche Claudio Magris.

Nel suo pamphlet Segreti e No (Bompiani), l’autore triestino affronta in appena 53 pagine di ampi caratteri un tema che da Melville in avanti ha affascinato una moltitudine di autori rimbalzando da una sponda all’altra dell’Atlantico senza perdere quell’ineffabile fascino che lo caratterizza. Se smettere di scrivere appare impensabile in quest’epoca di digitazione compulsiva nella quale Joe Gould avrebbe di certo avuto gatte da pelare (ma c’è da pensare che sarebbe giunto prima del previsto a desiderare un ritorno ad una panacea prelinguistica priva di “conversazioni prolisse e conversazioni brevi e vivaci, brillanti e sciocche, bestemmie, slogan, commenti grossolani, frammenti di litigi, borbottii di ubriachi e mentecatti, imbonimenti di bancarellisti, sermoni di predicatori di strada, urla nella notte …”), la curiosità per l’ultimo scritto di Magris potrebbe apparire ai più fuori dal tempo. Proprio per questa ragione, dunque, merita gli onori delle cronache. Il segreto è una prerogativa essenziale dell’esercizio del potere e dei culti misterici, ma “c’è un’altra, molto più interessante custodia del segreto che riguarda […] la vita individuale” e che il progresso tecnologico sembra mettere costantemente a rischio. Si tratta di quello che – ricorda Magris – Édouard Glissant definì come diritto all’opacità, “un’umanissima difesa della propria libertà, di un proprio spazio in cui essere liberi da tutto e da tutti, anche dalla persona amata, anche da se stessi”. La lettura, in questo, ci è vicina. Fa da filtro, depura. Per leggere, però, qualcuno dovrà pur scrivere. Basta allora non raccontare tanto o capire che non raccontare tutto significa preservare quella speciale complicità con il mondo che si nasconde tra le righe.

 

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