di Stephanie Barone in

Speciale Donne di oggi: Aneta, costretta alla strada per salvare suo figlio


 

UrbanPost prosegue lo Speciale Donne di oggi, una rubrica ricca di testimonianze arrivate a noi grazie al supporto di diverse associazioni sul territorio. Ecco la storia di Aneta, costretta a prostituirsi in Italia dopo un viaggio della speranza in cerca di un lavoro per salvare suo figlio.

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Per UrbanPost è tempo per un nuovo appuntamento con lo Speciale Donne di oggi, reso possibile grazie alla collaborazione di diverse associazioni sul territorio italiano che si occupano di aiutare le donne. Tante le testimonianze vere dal mondo femminile di moltissime donne di diverse origini, situazione economica e posizione sociale. La storia che vi proponiamo oggi in esclusiva ci è stata resa disponibile grazie alla collaborazione dell’associazione romana Differenza Donna, sul territorio fin dal 1989 per aiutare le donne vittime di violenza. La testimonianza è quella di Aneta, entrata grazie a Differenza Donna, nel progetto “La Svolta” finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

La storia di Aneta

“Vivevamo in una baracca” racconta Aneta “eravamo sei figli. Mio padre lavorava la terra dei parenti ricchi. Mi ci ha portato a 8 anni, invece di mandarmi a scuola. Io non l’ho mai accettata tutta quella miseria e poi tutte quelle umiliazioni. Mi sono innamorata di un ragazzo della mia età, senza arte né parte. Di aspettare un figlio l’ho saputo solo quando ero incinta già da cinque mesi, non l’avevo capito. Un giorno sono andata a donare il sangue, ma prima mi hanno fatto delle analisi e mi hanno detto che devo fare una lastra ai polmoni. E così che vengo a sapere di avere un grande buco in un polmone e che dovrei andare in sanatorio. Io però scambiai sanatorio per manicomio e mi rifiutai di andarci.

Pensavo: finché resisto lavoro per mio figlio. Così sono andata in un locale dove mi pagavano per far bere i clienti. Ma a forza di bere e fumare, con un buco nei polmoni e una tosse continua, un giorno mi sono ritrovata in ospedale. Due amiche mi sono venute a trovare. Mi hanno detto che una loro amica, che lavorava in Italia, avrebbe potuto farmi ricoverare in un ospedale dove potevi essere curata veramente; i pasti te li offrono loro, non te li devono portare i parenti da casa. Mi hanno detto anche che quest’amica ha un locale dove avrei potuto lavorare. Certo non si trattava solo di ballare… i clienti bisognava compiacerli.

Decisi di affrontare il viaggio per salvare mio figlio dalle umiliazioni, dalla miseria, dall’ignoranza. Arrivai a Roma in aereo. La speranza è durata il tempo di un respiro. La coppia che mi aspettava, Lino e Ottavia, me l’ha detto subito: da domani vai sulla strada. Ma quale ospedale, quali cure…, tre mesi?! Ma quali tre mesi, tu per noi lavori almeno cinque anni! Avrei voluto scappare, ma dove sarei potuta andare? Non sapevo dove mi trovassi, non conoscevo una sola parola della lingua, non avevo un soldo e neanche il passaporto. Le mie amiche se lo erano trattenuto appena passato il controllo all’aeroporto. Solo poche ore dopo mi fecero una bella lezione: 30 euro se lo fai così, 50 euro se lo fai cosà e 100 euro senza preservativo.

Un incubo, giornate di freddo e di violenze, giornate di terrore e di umiliazioni. Quando protestavo, Lino mi puntava un coltello davanti alla gola, o mi infilava dei fogli di carta tra le dita e gli dava fuoco. Continuavo a tossire, avevo sempre la febbre e ogni giorno fra i clienti c’era qualcuno che mi minacciava o peggio. Quando mi ha preso la squadra mobile ho mentito, ero terrorizzata. Ho detto che quel mestiere era una libera scelta, ma loro sapevano che non era vero. Mi hanno preso le impronte e hanno fatto una perquisizione nella casa dove abitavamo. Lino e Ottavia sono scappati prima che arrivassero. In casa non c’era più niente: non avevo un vestito, né cibo, né coperte, né soldi. Faceva freddo e pensavo di morire.

Un vicino si mosse a compassione e mi offrì un lavoro in una fabbrica di giocattoli. Lino e Ottavia però lo scoprirono ed un nuovo tormento ebbe inizio. Mi telefonavano dalla Romania, volevano soldi, facevano minacce paurose: domani tuo figlio lo trovi in una fossa, ti diamo tre giorni e bruciamo la baracca della tua famiglia”.

Il momento della svolta

“Così ho preso tutto il coraggio che avevo e mi sono rivolta alla squadra mobile. Dopo aver ascoltato la mia storia chiamarono i poliziotti rumeni che collaborano con l’Italia, a loro ho chiesto protezione. Pensavo: adesso mi porteranno al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Invece hanno chiamato il Centro Antiviolenza gestito da Differenza Donna. Lino e Ottavia sono stati arrestati. È cominciata qui la mia prima vita da persona normale.

Quando sono arrivata tossivo senza tregua: dopo analisi, lastre e tac si è scoperto che ero a uno stadio gravissimo di tubercolosi. Quattro mesi di ospedale per guarire. Uscita dall’ospedale sono tornata nel Centro Antiviolenza. Mi hanno detto che ero stata inserita nel progetto “La Svolta” e che questo mi avrebbe garantito un programma al termine del quale ci sarà la possibilità di rivedere mio figlio e avere cura di lui.

Prima per me era tutto eguale: le persone, i gesti, i fatti. Ora no, c’è differenza fra una persona e l’altra, fra un fatto e l’altro. Ieri, per esempio, il ragazzo dei fiori mi ha salutato con rispetto e io ho sentito per la prima volta di avere una mia dignità“. Grazie al progetto “La Svolta”, realizzato da Differenza Donna con il finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Aneta ha potuto usufruire del sostegno di una psicoterapeuta per sei mesi e dei colloqui al Centro per ricostruire un rapporto genitoriale con suo figli, ha conseguito la licenza di scuola media e partecipato a un tirocinio formativo.

Si ringrazia Differenza Donna

Credit Foto: Differenza Donna

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