di Stephanie Barone in

Speciale Donne di oggi: Sara, madre detenuta e analfabeta, ritorna alla vita


 

Per UrbanPost un nuovo appuntamento con la rubrica “Donne di Oggi”, uno speciale che raccoglie testimonianze al femminile arrivate a noi grazie alla collaborazione di diverse associazioni sul territorio. Questa è la storia di Sara, madre detenuta di una bimba di soli due mesi.

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Su UrbanPost, grazie al sostegno di diverse associazioni sul territorio, torniamo a raccontarvi storie di vita vera al femminile nello Speciale Donne di oggi. Per questo nuovo appuntamento vi raccontiamo grazie alla disponibilità dell’Associazione CIAO di Milano, che gestisce la prima casa famiglia protetta per madri detenute in Italia, la storia di Sara, giovane madre analfabeta che deve riuscire a riprendere in mano la sua vita e quella della sua piccola di soli due mesi.

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La storia di Sara

E’ una fredda e piovosa serata di fine novembre quando alla casa protetta di Milano gestita dall’Associazione CIAO ricevono una telefonata dal carcere. Hanno concesso la sospensione di pena ad una giovane donna, deve essere scarcerata, immediatamente e in qualsiasi condizione. La donna non ha nessun contatto in città e con lei c’è la sua bimba di appena 2 mesi. Bisogna assolutamente trovarle una sistemazione. Si mobilitano, si organizzano e la accolgono.

Il progetto “Mamma, sempre e ovunque” che da qualche anno è stato attivato, è infatti un servizio di accoglienza e accompagnamento socio educativo per le mamme detenute in carcere insieme ai loro figli perché ci sono decine di bambini che vivono in carcere insieme alle loro mamme e, grazie a questo progetto, qualora vi siano le condizioni giuridiche, si da la possibilità al bambino di crescere, insieme alla sua mamma, in uno spazio adeguato al suo benessere psicofisico.

Tra le braccia della giovane donna si vede un piccola bambola, con le sue guanciotte paffutelle e le lunghe manine. Profuma di borotalco e di infanzia innocente. Troppo piccola per stare in una cella. Sara è spaesata, spaventata…pronuncia solo qualche parola in italiano ma si cerca, come sempre, di capirsi. Si prende il tempo per ambientarsi, per prendersi cura della sua bambina, per capire quello che le è successo. Si troverà, poi, il tempo, insieme, di capire cosa le accadrà. La sua vita in struttura inizia così, sostenuta dalle altre madri e dalle operatrici.

Il recupero della sua storia è complesso e sarà solo grazie all’intervento di una mediatrice culturale che riusciranno a conoscerla e comprenderla meglio. E come sempre quando ci si relaziona con queste mamme, si scoprono storie di sofferenza, fatiche, dolori che, veramente, molto spesso vanno al di là di ogni umana e ordinaria immaginazione. Ci si accorge dai suoi documenti che qualcosa non torna: il suo cognome è infatti diverso da quello della bambina, per una sola lettera, ma sufficiente per non renderle automaticamente identificabili come madre e figlia. Sara infatti è analfabeta e ha commesso un errore nel trascrivere il cognome della bimba. La “macchina da lavoro” allora parte per affrontare e risolvere il problema…i documenti vengono sistemati, grazie alla collaborazione di ambasciate e dei parenti ancora nel suo paese di origine. Queste sono sempre imprese, che si vivono e superano…perbene e per il bene!

La bimba, ribelli ricci neri e un sorriso coinvolgente, cresce in struttura: è qui che inizierà a gattonare, a fare i primi passi, a dire le prime parole. Imparerà a giocare con gli altri bambini, inizierà a frequentare l’asilo. Sara impara a diventare mamma lì e tutti gli operatori condividono con lei tutti questi piccoli e grandi traguardi, con la gioia della scoperta e con il rispetto delle diversità che le culture portano con sé.

Il lungo percorso per tornare alla normalità

Al compimento del primo anno della piccola, Sara inizia a scontare la sua pena: 4 mesi per oltraggio a pubblico ufficiale o per essere scappata durante una retata. Perché lei lavorava sulla strada, costretta a farlo…E grazie alla rete con la quale quotidianamente si collabora, la si fa entrare in un programma di protezione e assistenza che le garantirà tutela, per sé e per la sua piccola. Ottiene il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, riesce a fare il passaporto e questo le consente di essere e sentirsi libera cittadina in Italia, di potersi muovere senza nascondersi e senza paura.

Passano gli anni, e arriva per Sara il momento di fare quel passo in più: lascia così la struttura e viene inserita in un altro progetto di accoglienza che intende offrirle una maggiore autonomia e libertà per sé e per la piccola. Questo cambiamento non è facile, qualche volta tentenna, non è certa di farcela….ma presto, inaspettata, le si aprirà una nuova prospettiva di vita. Sulla sua strada trova nuovamente il padre di sua figlia, riprende la loro relazione che si fa solida al punto da portarli a decidere di trasferirsi all’estero insieme ai genitori di lui. Sara, dopo tanta sofferenza, riesce cosi a crearsi una sua famiglia e vive una seconda e felice maternità.

Ha ritrovato nella sua vita un po’ di stabilità, di sicurezza, di certezza che le consentono di vivere il suo presente e di aprirsi al futuro. E sa che ciò che ha costruito fino ad adesso è frutto della sua esperienza, del suo passato e che non tutto sarà semplice. Ma ora lei non è sola e guardando negli occhi le sue bambine, e pensando a ciò che ha fatto per loro, troverà la forza e il coraggio di affrontare ciò che la vita le riserverà. “L’altro giorno abbiamo ricevuto una sua foto: è nata un’altra splendida bimba, una nuova vita!” spiegano emozionati dalla casa protetta di Milano. 

Grazie all’associazione CIAO

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