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Speciale Donne di oggi: Sonia, giovane madre detenuta che affronta il dramma di un figlio cresciuto in carcere

Su UrbanPost torna l’esclusivo appuntamento con lo Speciale Donne di oggi in cui vi proponiamo storie di vita vera al femminile raccolte grazie alla collaborazione di diverse associazioni sul territorio. Questa settimana torniamo a raccontarvi la storia di una giovane madre detenuta con il suo bambino in carcere e di come, con il supporto dell’Associazione CIAO di Milano, sia riuscita a far superare al suo piccolo i traumi di una crescita dietro le sbarre. Ecco la storia di Sonia e di suo figlio.

La storia di Sonia

E’ una calda giornata di luglio quando la casa famiglia protetta di Milano gestita dall’Associazione CIAO accoglie Sonia e il suo piccolo di non ancora tre anni. Alla donna vengono concessi gli arresti domiciliari grazie alla loro disponibilità di accoglienza perché da qualche anno hanno un progetto per madri detenute in carcere insieme ai loro bambini. La disponibilità di accoglienza consente loro di uscire in custodia cautelare o in misura alternativa, cosi da consentire al bimbo di stare sempre insieme alla sua mamma ma in uno spazio adeguato alla sua crescita psicofisica. Il carcere infatti è un trauma per i bambini e tutte le ricerche e gli studi fatti sui traumi della forzata carcerazione in un bambino li hanno ritrovati nel volto e nella sofferenza di questo bambino.

Sonia è stanca, distrutta…il suo piccolo non dorme oramai da tante notti, spaventato dagli incubi e dalle sue paure…quelle paure al quale un bambino cosi piccolo non riesce ancora a dare voce. Sonia è una mamma bambina, con un viso dolce e lunghi capelli biondi. Ha altre due figlie, che ha lasciato alla sua famiglia d’origine, nel loro paese, e un marito, sposato da giovanissima, che sta scontando la sua pena in carcere. Lei non può mai uscire, neanche per portare suo figlio dal dottore. Lo sa, e non si arrabbia più quando il giudice gli nega ogni permesso. Lei sa quello che ha fatto e sa che deve scontare la sua pena.

Ora però il bambino non è più recluso e può uscire…non insieme a lei certo, ma volontari e operatrici fanno di tutto perché la sua quotidianità sia ricca di esperienze. Il figlio è un bambino dolcissimo, con gli occhi che sorridono e che vogliono scoprire il mondo che lo circonda, per troppo tempo rinchiuso dentro quelle mura. Ed è con gioia che Sonia accoglie suo figlio dopo la prima uscita da quando è arrivato in struttura: le racconta con quell’entusiasmo tipico dell’infanzia, l’incontro con il piccione, la scoperta dell’albero, la corsa ai giardinetti. Sonia ha vissuto sempre con profonda dignità, serietà e correttezza questa sua reclusione, consapevole di quanto commesso e di quanto doveva scontare; la sua preoccupazione e attenzione era solo per il suo bambino, in un rapporto simbiotico che voleva tutelarlo. E insieme agli operatori della struttura e del territorio lo ha aiutato e gli dato tutte le possibilità perché potesse recuperare un po’ di serenità.

Neuropsichiatria, psicomotricità, psicologia…sono i passi quasi inevitabili per un bambino che esce dal carcere e per lui, “piccolo principe” (come lo chiama sempre sua mamma) sono stati obbligatori e fondamentali. Perché sono tante le fatiche e le sofferenze che ha dovuto vivere Sonia: la prigione non ha fatto bene al suo bambino (cosi come non fa bene a nessun bambino), e le sue urla, le sue notti insonni, le sue rabbie le hanno fatto “male”. Le facevano sentire sempre più forte il senso di colpa di averlo portato li con sé, di averlo fatto stare in prigione. Le mamme sanno che non è bene far crescere un bambino in carcere, ma forse non hanno avuto scelta, o forse lo hanno scelto perché consapevoli dell’importanza della presenza materna nella loro giovane vita.

Il ritorno in carcere

E quanti progressi sono stati fatti poi nei mesi successivi, quanto sono cresciuti insieme, affrontando tutte le difficoltà e riscoprendo un po’ di “stare bene”. Poi è arrivato quel giorno di maggio, è arrivata la pena definitiva per Sonia ed è stata disposta la carcerazione immediata (perché con la condanna definitiva, gli anni già scontati non erano sufficienti per accedere ad una misura alternativa). Sonia è stata portata in commissariato ed una operatrice è andata a prendere il bambino all’asilo e lo ha portato alla polizia, dove ha riabbracciato la sua mamma, costretta a trattenere nel suo fragile corpo tutte le lacrime che voleva sfogare, nel vedere il piccolo aggrapparsi ovunque chiedendo di tornare a casa e di non essere riportato in carcere. Sembrava impossibile che dopo tutto il lavoro fatto in questi mesi di “riscoperta” del mondo e della gioia del suo essere bambino, gli toccasse nuovamente tornare in una cella.

Per i successivi due mesi sono stati rinchiusi a San Vittore, prima di essere trasferiti nuovamente in ICAM (Istituto di Custodia Attenuta per Madri) per mesi. E’ arrivato gennaio, i giorni della merla, e nella fredda Milano si sono riscaldati i cuori degli operatori. A Sonia è stata concessa la detenzione domiciliare e sono cosi tornati in struttura…il bambino è rientrato all’asilo, ha continuato le tue terapie, ha ritrovato i suoi amici e conosciuto nuovi compagni di avventura. Hanno iniziato a fare delle cose insieme: la nuova condizione detentiva ha infatti permesso a Sonia di accompagnare il figlio all’asilo e alle terapie, e nel tempo il magistrato, su richiesta delle operatrici, ha concesso 3 ore per la mamma, perché potesse utilizzarle per sé…perché si è una mamma migliore se non ci si dimentica di essere donna e persona. E allora qualche caffè con un’amica e un giro per negozi se lo è concesso, ma la maggior parte del tempo lo ha sempre tenuto per trascorrerlo con il figlio, per stare insieme fuori, all’aria…per vedere un film al cinema, per visitare una mostra, per fare un giro a vedere le maschere di Carnevale o salire sulla slitta di Babbo Natale.

Sonia ha festeggiato il suo compleanno, ha ripreso la sua vita, e le è stato concesso anche di riabbracciare suo marito, sentito sino ad allora solo al telefono. Ogni mese, infatti, passano qualche ora insieme, pranzano e giocano, sotto gli occhi vigili e discreti della polizia penitenziaria, ma in uno spazio tutto loro, intimo e famigliare. Manca ormai poco, Sonia ha scontato quasi tutta la sua pena e si stanno preparando ad un nuovo cambiamento: hanno deciso di tornare nel proprio paese, per poter riabbracciare le figlie che sono anni che non vede…perché lei è mamma anche di quelle bambine., che sente ogni giorno, che la fanno preoccupare anche a distanza, che le chiedono quando torna. 

Grazie all’Associazione CIAO

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