di Gianluca Capiraso

Quel Terremoto dell’Irpinia del 1980 Ogni Maledetto 23 Novembre


 

Sono trascorsi 32 anni da quel drammatico pomeriggio di domenica 23 novembre 1980, quando persero la vita circa 3mila persone. 32 anni di sofferenze e malaffare, appalti e container, clientelismo e una ricostruzione mai terminata. Ecco perché da queste parti il sisma è una ferita ancora aperta

23 novembre 1980

I morti, la distruzione e interi paesi rasi al suolo, quasi scomparsi alla cartina geografica. Impossibile dimenticare, anche se sono trascorsi più di tre decenni. Fu tutta l’Italia, all’epoca, a farsi trovare impreparata all’evento: non esisteva una Protezione Civile, né tantomeno qualcuno in grado di coordinare  i soccorsi. Decine di Paesi dell’Alta Irpinia e delle vicine province di Potenza e Salerno rimasero isolate per settimane.

Le parole e la vergogna dell’allora Presidente della Repubblica, Sergio Pertini, rappresentano un pezzo di storia d’Italia. Così come la prima pagina del giorno dopo del quotidiano “Il Mattino“, con quel “Fate Presto” che rappresentava meglio di tutto il grido di dolore e la richiesta d’aiuto che arrivava dalle zone terremotate.

Zone che ancora oggi, più di trent’anni dopo, risultano difficilmente raggiungibili a causa della mancanza di strade e collegamenti. Figurarsi in quegli anni e in quei terribili giorni immediatamente successivi al sisma.

Un evento che ha sconvolto la geografia , così come la memoria delle persone, lasciando tracce indelebili, praticamente dovunque. Dallo scandalo dei finanziamenti per la ricostruzione – arrivata a costare quasi 20 volte di più dell’importo previsto e non ancora terminata – a quel senso di vergogna che prova ogni irpino quando (per colpa della politica) si parla con disprezzo di quel drammatico evento. Un terremoto che andrebbe ricordato per l’incredibile numero di vittime, ferite e sfollati, ed invece viene irrimediabilmente associato a sprechi di fondi pubblici, malaffare, politica clientelare.

 Basta dare uno sguardo alla città di Avellino, che dell’Irpinia è la capitale (riordino province e “lodo” Mastella a parte), per capire come siano state fallimentare sia l’opera di ricostruzione di questi anni che l’attività dei politici locale, di allora e di oggi (che poi, a pensarci bene, sono gli stessi). Persino Corso Vittorio Emanuele, che di Avellino è il salotto buono, rimesso a nuovo da un’Amministrazione Comunale capace di fare solo questo in un mandato e mezzo, mostra chiaramente tutte le sue ferite ancora aperte, tra palazzi ancora da ricostruzione e scempi edilizi che sono sotto gli occhi di tutti.

Per non parlare dell’Alta Irpinia, dove si trovano i comuni maggiormente comuni da quel tragico terremoto: Andretta, Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Bisaccia. Qui, al confine con la Basilicata e con l’Alto Salernitano, ci sono ancora famiglie che vivono nei container. Le baraccopoli della vergogna.

prima pagina il mattino fate presto

Ed invece città e comuni distanti centinaia di chilometri dell’epicentro, e chiaramente fuori dalla cosiddetta “area del cratere”, sono state velocemente ricostruite, pur non avendo riportato danni. Magari solo qualche lesione, mentre in Alta Irpinia e nella provincia di Potenza interi paesi erano crollati al suolo. Ed è così che addirittura sono arrivati finanziamenti a Torre Annunziata, sono state costruite ville plurifamiliari persino sul mare per/da persone che l’Irpinia non sapevano neanche dove fosse. Napoli e la sua provincia sono state immeritatamente sommerse da miliardi di vecchie lire e gli scempi di quegli anni sono chiaramente visibili anche oggi. Ci sono addirittura napoletani che sentono loro questo terremoto: la maggior parte di loro l’ha visto solo in tv. E l’Irpinia, ancora oggi, ne paga le conseguenze.

Ma oggi è 23 novembre, è il giorno del ricordo: per partecipare alla commemorazione, come accade puntualmente da 32 anni a questa parte, molti sindaci indosseranno la tradizionale fascia tricolore (a parte quello di Avellino, dimessosi senza dignità per andare in Parlamento). Qualche consigliere da Napoli, qualche onorevole arriverà da persino Roma, magari con il placet di colui che “supervisionerà” il tutto dal suo feudo arroccato a Nusco. Senza il minimo pudore. Senza la necessità di dover chiedere scusa ad una terra prima distrutta da una calamità naturale, poi violentata per decenni da questi stessi signori. Senza vergogna.

 Il commento di Giovanni Vigoroso, giornalista di Canale 58, emittente televisiva di Ariano Irpino, il più grande comune della provincia di Avellino dopo il capoluogo. “E’ il giorno della memoria. L’Irpinia non potrà mai cancellare quella triste sera del 23 novembre 1980. Interi paesi polverizzati. Numeri impressionanti di un disastro avvenuto in un poco più di un minuto interminabile. 2914 morti, 8.848 feriti, circa 280.000 sfollati. Un ipocentro di circa 30 km di profondità che colpì un’area di 17.000 km² dall’Irpinia al Vulture, a cavallo tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. I comuni più duramente colpiti (decimo grado della scala Mercalli) , Castelnuovo di Conza, Lioni, Conza della Campania, Laviano, Sant’Angelo dei Lombardi. Crolli e devastazioni ovunque. A Balvano sotto le macerie della chiesa dell’Assunta morirono 77 persone, di cui 66 bambini e adolescenti che stavano partecipando alla messa. I primi telegiornali non focalizzarono bene l’attenzione sul sisma e sul reale epicentro. Si parlava di Pescopagano, ma solo nella notte si cominciò a delineare la vera catastrofe che mise in ginocchio l’alta Irpinia.”

terremoto irpinia

Dal signor Mino De Vita, riceviamo e pubblichiamo:

Trenta due anni fa c’era Quaglietta, Senerchia, Calabritto … Ora c’è solo il loro ricordo. Quando ero bambino spesso ero tentato, con la bicicletta arrivare a Quaglietta, superare “la Pergola” era un po’ per m superare le colonne d’Ercole. Volevo andare a vedere una realtà “diversa” rispetta alla mia. Trenta due anni fa esistevano i paesi come li avevano messi l’uno sopra l’altro i nostri vecchi, una pietra dopo l’altra, con minuziosa e sacrificata pazienza. Poi scomparvero dietro un velo asfissiante di polvere, polvere di cui essi stessi erano fatti, polvere che poi è sedimentata sui ricordi. Trenta due anni fa c’erano le case, le scuole, gli asili, i preti e le suore, c’era gli asini e le capre , c’erano i poveri e i ricchi, si distinguevano dal modo di vestire, erano facilmente riconoscibili dagli odori, di sapone di Marsiglia i contadini, di sapone palmolive gli altri, era gente pulita ma pulita in maniera diversa. Io preferivo il sapone di Marsiglia. Trenta due anni sono passati, ora ci sono i computer, i telefonini, ma non ci sono le scuole, le poste, le capre e gli asini, senza scuola e senza asini. Non c’è la posta per spedire un plico, ora tutto si invia con le e-mail. Ora ci sono le case di mattoni, fatte presto nel volgere di pochi anni ma sono case che raccontano poco, sono uguali nei loro balconi e nei loro usci. Ora ci sono tanti vecchi, trenta due anni fa c’erano i bambini che giocavano che bisticciavano, che urlavano , che rendevano le strade rumorose, ora tutto tace, quei ragazzi di allora sono andati via, ora ci sono i vecchi che attendono il primo del mese per prendere la pensione all’ufficio postale che non c’è più. Trenta due anni fa c’era il pullman che andava ad Avellino… Ora non c’è più nemmeno Avellino. (intervento del signor Mino de Vita di Quaglietta)

La serie A il giorno del sisma


© Tutti i diritti riservati. Vietata ogni forma di riproduzione

Metti mi piace a UrbanPost

Correlati

Commenta via Facebook