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11 minuti recensione, Venezia 72: Skolimowski, ci aveva già pensato Zavattini 70 anni fa

Skolimowski ha quasi ottant’anni, una solida carriera cinematografica alle spalle e si sente precisamente come un professionista che non ha nulla da dimostrare. Il suo 11 minuti, presentato alla Mostra di Venezia 2015 ha spaccato la critica: c’è chi grida al miracolo e chi resta tiepido se non infastidito da quest’opera. La conferenza stampa inizia propria con l’entusiasmo incontenibile di un collega che paragona il finale di 11 minuti a Zabriskie point di Antonioni, Skolimowski accetta di buon grado il complimento.

L’impressione che si ha, però, durante tutto il dialogo con il regista è che i giornalisti stiano disperatamente cercando di trovare significati simbolici e metaforici all’interno di un film, inesorabilmente, vuoto. Ci provano con le connessioni all’11 settembre che il cineasta polacco rimanda presto al mittente, proseguono con il tentativo di caricare Varsavia, città in cui il lungometraggio è ambientata, di significati intrinseci per sentirsi dire che, semplicemente, risultava comoda essendo il luogo in cui Skolimowski vive attualmente. Non va meglio con gli attori che asseriscono di aver capito cosa stessero facendo realmente soltanto mentre si sono messi a farlo…

Il film, oggettivamente, è vuoto e privo di qualunque mordente; l’effetto domino che si genera sul finale – atto a sottolineare il potere del caso e delle concatenazioni involontarie che abbiamo nelle vite altrui – vorrebbe risvegliare dal torpore lo spettatore che continua a chiedersi se si tratti di una forma nuova di cinema sperimentale oltre le decostruzioni continue e il rimescolamento degli eventi che vengono riproposti da svariati punti di vista. L’idea, ovviamente, non è nuova: quando il regista dice di voler seguire nella vita comune i suoi personaggi senza tagliare scene che potrebbero risultare noiose non fa altro che citare Zavattini quando descriveva quel “pedinamento” che fu base del Neorealismo. Stiamo parlando di 70 anni fa. I dialoghi sono spesso gratuiti, noiosi e vagamente banali così come i personaggi, ridotti a macchietta e identificati con il lavoro che svolgono: il corriere della droga è un furbo, l’attrice è ingenua, il regista è un marpione, la ragazza punk voleva suicidarsi. Dobbiamo continuare?

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