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12 dicembre 1969, Piazza Fontana: la “strage di stato” che inaugurò la strategia della tensione

12 dicembre 1969, Piazza Fontana, Banca Nazionale dell’Agricoltura: scoppia la bomba che uccide 17 persone e ne ferisce 88. A quasi cinquant’anni dall’esplosione che inaugurò la strategia della tensione non esiste ancora una verità storica condivisa. E, sopratutto conosciuta. Quella data è, per il nostro paese, una data “madre”, una delle date senza le quali sarebbe impossibile conoscere e capire il nostro passato e il nostro presente. Eppure pochi sanno quello che davvero successe, sopratutto tra i più giovani. Colpa della difficoltà degli italiani a costruire una memoria condivisa, certo, ma prima di tutto colpa di una verità giuridica monca e di una verità storica che ancora non è stata ricostruita e sui cui a dividersi sono gli storici stessi. Anche perché, diciamolo, molti sono i tasselli mancanti del puzzle; tante sono le prove sottratte alla verità negli anni e tante sono anche le persone che avrebbero potuto raccontare molto, e che sono state uccise. Prime fra tutte, non per rilevanza cronologica ma per guizzo intellettuale, Pier Paolo Pasolini (avete mai letto l’articolo che uscì sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974 dal titolo “Che cos’è questo golpe? Io so”? Se non lo avete ancora fatto, correte a leggerlo qui). Eppure, proprio lo scoppio di Piazza Fontana segnò l’inizio dei cosiddetti “anni di piombo”, quel periodo storico violento e sanguinario in cui per molte volte venne tentato lo scacco matto alla nostra giovanissima democrazia.

Facciamo un brevissimo salto indietro: nella storia italiana gli anni ’60 corrispondono agli anni del boom economico. L’Italia è un paese in crescita, e non solo dal punto di vista di produzione e consumi. Ci sono le lotte operaie, e quelle studentesche. C’è un autunno in particolare, quello del 1969, che resterà nella storia come autunno caldo. Ma non, come succede da qualche anno a questa parte, per la colonnina di mercurio. Sono le rivendicazioni di studenti e lavoratori che scaldano le piazze, le infiammano addirittura, facendo tremare l’asse del Patto Atlantico. E c’è la crisi della Democrazia Cristiana, che proprio in quell’autunno è costretta a cambiare diversi segretari. Non dobbiamo dimenticarci che il mondo, in quegli anni, è ancora diviso in due: a ovest il capitalismo e gli Stati Uniti d’America, a est l’economia pianificata e l’Unione Sovietica. L’Italia, nel mezzo, minuscola, ma non per questo meno insidiosa: tutto il fronte mediterraneo della Nato, ad eccezione del nostro paese, è infatti governato da dittature militari (vedi il colpo di stato dei colonnelli in Grecia nel 1967 e quello turco del 1971) mentre il Partito Comunista Italiano, ma sopratutto le conquiste operaie in generale, avanzano sempre di più.

Dopo diversi tentativi di repressione, c’è un’ultima risposta, ed è la più insidiosa di tutte: il 12 dicembre 1969, alle 16:37, una bomba esplode alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, provocando 17 morti (14 sul colpo) e 88 feriti. Per la maggior parte le vittime sono agricoltori o commercianti, giunti lì dalla pianura lombarda per la loro visita settimanale alla banca: il venerdì infatti la banca non chiude alle quattro, ma lascia il salone aperto perché gli agricoltori facciano le loro contrattazioni. Lo stesso giorno scoppiano altre due bombe a Roma, ferendo diciotto persone. La polizia e il Ministero degli Interni annunciano immediatamente, e con una fretta non giustificata, che i responsabili sono gli anarchici. Tra i sospetti fermati c’è Pietro Valpreda, che viene quasi subito accusato sopratutto grazie alla testimonianza del tassista Cornelio Rolandi (lo stesso Rolandi morirà proprio due anni dopo). Valpreda trascorrerà tre anni in prigione in attesa del processo e solo nel 1985 sarà finalmente prosciolto da ogni accusa. Giuseppe Pinelli, l’altro anarchico arrestato, muore invece il 15 dicembre, appena tre giorni dopo la deflagrazione milanese, precipitando dalla finestra dall’ufficio del commissario Luigi Calabresi. Dalla questura dicono che è stato un suicidio causato dal grande rimorso per la strage, ma sei anni dopo il tribunale riconosce l’innocenza assoluta di Pinelli e a tutt’oggi rimangono sconosciute le cause della sua morte.

Lentamente la versione della polizia sulla responsabilità degli anarchici comincia a sgretolarsi ed inizia a farsi strada una spiegazione più allarmante: le prove fino ad ora ignorate portano a un gruppo neofascista del Veneto facente capo a Franco Freda e Giovanni Ventura, l’uomo dallo stretto legame con il colonnello del Servizio informazioni della Difesa (in pratica i servizi segreti) Guido Giannettini. Quest’ultimo, oltre a far parte del Sid, è un fervente sostenitore dell’Msi. L’opinione pubblica italiana si convince sempre di più che si stia tramando un complotto ai danni della democrazia: la bomba del 1969 sembra proprio inaugurale alla stagione di stragi che di qui a poco comincerà a terrorizzare il paese, promossa da alcune organizzazioni neofasciste con la collaborazione di settori di servizi segreti dello stato e delle forze armate. Lo scopo? Creare un clima di tensione per imporre uno spostamento a destra degli equilibri politici ed aprire la porta ad un colpo di stato. Ecco spiegata la famosa “strategia della tensione”. Alla collusione tra neofascisti e servizi segreti deviati sono in effetti riconducibili le bombe che esplodono nel 1974 in piazza della Loggia a Brescia, durante un comizio sindacale e sul treno Italicus; quella che nel 1980 uccide 85 persone alla stazione di Bologna e quella del 1984 sul rapido Roma-Milano.

Viene chiesto al presidente della Repubblica Saragat di aprire immediatamente un’inchiesta sull’attività dei servizi segreti ma le massime autorità dello stato sembrano più interessate all’insabbiamento e con la scusa della sicurezza nazionale, ai magistrati che stanno indagando, viene impedito l’accesso agli schedari del Sid riguardanti le attività di Guido Giannettini e di altri agenti. E’ lo stesso Giulio Andreotti a rivelare, nel 1974, che Giannettini appartiene al Sid e che la decisione di apporre il segreto militare sulle carte dei servizi segreti è stata presa in una riunione a Palazzo Chigi. Chiamato a testimoniare al processo sulla strage, ci ripensa, sostenendo che quella sul segreto militare è un’interpretazione dello stesso Giannettini, e che lui ha semplicemente riportato quello che gli è stato raccontato da Vito Miceli, capo del Sid tra il 70 e il 74. Non solo. Durante un’inchiesta senza fine fatta di trame oscure e depistaggi anche la Corte di Cassazione interviene, e in almeno tre occasioni: prima per rinviare il processo di Piazza Fontana, poi per cambiarne la sede, infine nel 1975 per trasferire le indagini da Milano a Roma, proprio mentre i magistrati milanesi stavano interrogando i dirigenti del Sid. Nel 1981 Giannettini, Freda e Ventura vengono condannati all’ergastolo, per poi essere assolti definitivamente nel 1987.

Ma perché, dunque, si può parlare di “strage di stato”? Nonostante la responsabilità- almeno parziale- delle istituzioni sia facilmente deducibile anche da queste poche righe e metta d’accordo buona parte degli storici, ci sono elementi che negli anni hanno contribuito a rafforzare questa teoria. Il 2 novembre del 1996, ad esempio, sulla via Appia è stato scoperto un archivio segreto dei servizi di sicurezza con quintali di carta e intere annate di “veline”, che rappresenta una chiara fotografia, momento per momento, di come i servizi segreti monitorassero i gruppi eversivi neofascisti. Si evince chiaramente come una squadra composta da servizi segreti, uomini del Viminale e agenti di polizia abbia sistematicamente infiltrato moltissimi gruppi terroristici per stilarne rapporti. Questi stessi rapporti, però- ed è questo il punto- venivano prima mandati al Ministero a Roma, ripuliti se necessario, e solo dopo venivano inviati alle procure.

In anni più recenti, precisamente dal 2010 al 2013, sono invece emersi i “Kissinger Cables” di WikiLeaks, file che raccontano come tra il 1973 e il 1976 gli americani pretendessero “Uno stretto controllo degli apparati di sicurezza dello Stato per impedirne la politicizzazione e la penetrazione da parte dei comunisti […] e (mostrassero, ndr) l’insofferenza per la repressione delle trame nere da parte della magistratura italiana” (fonte l’Espresso). Stati Uniti d’America che avrebbero agito, attraverso la Cia, in accordo con i servizi segreti italiani (o parte di essi) per impedire l’avanzata del fronte socialista nazionale. Servizi segreti italiani deviati che avrebbero collaborato con i gruppi criminali e terroristici neofascisti assunti a manovalanza stragista. Anche se, come dicono in molti, “deviati” è forse un ossimoro: i servizi perseguirono obiettivi precisi fin dall’inizio, obiettivi che proprio per l’impossibilità che fossero conosciuti dovevano essere svolti “in segreto”.

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