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12 febbraio 1980, muore ucciso dalle Brigate Rosse Vittorio Bachelet

12 febbraio 1980, sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze Politiche dell’università La Sapienza il professore Vittorio Bachelet viene colpito con sette proiettili calibro 32, partiti dalle pistole dei due brigatisti Annalaura Braghetti e Bruno Seghetti. L’attentato avviene proprio al termine di una lezione, mentre Bachelet sta conversando con Rosy Bindi, all’epoca sua assistente.

Nato a Roma il 20 febbraio del 1926, Vittorio fu l’ultimo dei nove figli di Giovanni Bachelet e Maria Bosio: ancora bambino si iscrisse all’Azione Cattolica presso il circolo parrocchiale di Sant’Antonio di Savena di Bologna e dopo la maturità classica si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, iniziando contestualmente la militanza nella Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) sia nella sezione romana che nella direzione nazionale.

Ottenne la libera docenza in Diritto amministrativo ed in Istituzioni di diritto pubblico nel 1975, a 49 anni, e proprio allora cominciò la carriera di professore universitario. Vittorio Bachelet non abbandonò mai la militanza nell’Azione Cattolica ed anzi, ne divenne uno dei principali dirigenti nazionali: nel 1959 Papa Giovanni XXIII lo aveva nominato vicepresidente nazionale e nel 1964, grazie alla nomina di Paolo VI, ne era diventato presidente generale.

La missione che gli avevano affidato i due pontefici era quella di rinnovare l’Azione Cattolica e Bachelet non li tradì: rese più democratica la vita interna dell’associazione, la guidò verso un progressivo distacco dall’impegno politico diretto, promosse la collaborazione tra laici e cattolici. L’impegno nel mondo cattolico e la propria fede non saranno mai nascosti dal professore universitario che, tra i banchi della Democrazia Cristiana, nel giugno del 1976, sarà eletto consigliere comunale a Roma; il 21 dicembre dello stesso anno sarà anche eletto dal Parlamento vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, dopo un voto plebiscitario (tutte le forze che componevano l’arco costituzionale ne approvarono la candidatura).

La politica, per Vittorio Bachelet, non fu mai un vuoto esercizio di stile o un modo per occupare un’altra poltrona: grandissimo amico di Aldo Moro, ucciso due anni prima dalle stesse Brigate Rosse, Bachelet fu un grande intellettuale cattolico che molto scrisse, sopratutto sull’educazione delle nuove generazioni.

Per lui la politica era “corresponsabile costruzione della città, in cui ognuno deve portare il contributo delle sue capacità in vista della costruzione di quel bene comune che rappresenta il fine relativamente ultimo della politica”, come ha ricordato in un’intervista il figlio Giovanni. Anzi: per Bachelet, l’azione politica non doveva essere limitata alla partecipazione nei partiti e nelle istituzioni, ma poteva e doveva essere estesa nella vita di tutti i giorni, ad esempio nel “competente esercizio di un mestiere e di una professione, che rappresenta in sé un alto valore politico”. Insomma, la politica come impegno costante a servizio dell’uomo. Parole ed idee che oggi sembrano lontanissime, non solo per la qualità della classe dirigente che governa il nostro paese, ma anche per la poca voglia ed il poco rispetto che ognuno di noi ha nei confronti del “fare politica”, dell’impegno pubblico.

“È necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia– scriveva Bachelet– in particolare dovrà coltivarsi nei giovani la virtù della prudenza […]. È la prudenza che aiuta ad evitare di confondere l’essenziale e il rinunciabile, il desiderabile e il possibile; che si muove secondo la scala gerarchica dei valori, in relazione alle concrete esigenze storiche; che suggerisce volta a volta il coraggio più audace o la doverosa cautela; aiuta a valutare i dati di fatto in cui l’azione deve svolgersi, e consente il realismo più efficace nella coerenza ai valori ideali; che, nell’adeguare i mezzi al fine da raggiungere, eviterà ogni facile mimesi di mezzi che altri usino per il raggiungimento di altri fini; che fa comprendere la necessaria gradualità di ogni miglioramento e di ogni rinnovamento della comunità politica, che richiedono – per essere efficaci e duraturi – la dovuta maturazione” (estratto di “Persona e bene comune nello Stato contemporaneo. Atti della XXXVI Settimana sociale dei Cattolici italiani” Pescara, 30 maggio-4 giugno 1964, Roma, 1965).

Bastano queste poche righe per capire lo spessore del pensiero e dell’uomo Bachelet. E non è un caso, infatti, che proprio domani il Presidente della Repubblica Mattarella sarà presente alla Sapienza per il ricordo del collega di partito e dell’amico Vittorio: un altro gesto di attenzione del presidente verso le vittime dei fondamentalismi politici e culturali, che restano tali da qualunque parte provengano.

Durante il funerale del padre, il figlio Giovanni, all’epoca venticinquenne, aveva pronunciato queste parole: “Preghiamo per i nostri governanti: per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Preghiamo per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”.

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