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13 gennaio 2012: quattro anni fa il naufragio della Costa Concordia

Ricorre oggi, mercoledì 13 gennaio 2016, il quarto anniversario del tragico naufragio della nave da crociera Costa Concordia, avvenuto davanti all’Isola del Giglio, in provincia di Grosseto (Toscana). Alle 21.45 di quella maledetta sera, la nave comandata dal capitano Francesco Schettino, salpata alle 19 dal porto di Civitavecchia e diretta a Savona, prima tappa delle crociera “Profumo d’agrumi” nel Mar Mediterraneo, ebbe una violenta collisione con uno scoglio, che provocò l’apertura di una falla lunga 70 metri sul lato sinistro dello scafo, e il conseguente parziale affondamento della imbarcazione.

Furono ore concitate e drammatiche per le oltre 4mila persone a bordo, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, quelle seguite al violento impatto, andate a concludersi nel peggiore dei modi: 32 i morti nel naufragio, cui si aggiunse il 33esimo il 1° febbraio 2014, un sommozzatore che collaborava ai lavori di rimozione del relitto.

L’atteggiamento del comandante Schettino, giudicato colpevole dell’accaduto, processato e condannato in primo grado dal Tribunale di Grosseto a 16 anni di reclusione (10 anni per omicidio colposo plurimo, 5 per naufragio colposo, 1 per abbandono per la nave), fu messo in discussione da subito. Dopo l’urto, alle 22 la Capitaneria di porto di Civitavecchia contattò la Costa Concordia e Schettino chiese l’intervento di un rimorchiatore, segnalando solo un blackout a bordo causato da un guasto ai generatori elettrici.

Nel frattempo i locali della nave si allagavano, e il comandante – ancora indeciso sul da farsi – lasciò passare del tempo prezioso. Il panico si diffondeva tra le persone a bordo, e i passeggeri iniziavano ad essere assaliti dalla disperazione. Dopo trenta minuti dall’urto, alle 22.25, Francesco Schettino dava finalmente comunicazione alla capitaneria di porto di Livorno della presenza della falla e dell’allagamento in corso.

Alle 23.19 lasciava la plancia e dopo un’ora con altri ufficiali saltava sulla lancia numero 1 e si metteva in salvo, mentre l’evacuazione della nave e le operazioni di salvataggio dei passeggeri, molti dei quali nel frattempo si erano gettati a mare in attesa che giungessero le navi in loro aiuto, non erano state ancora portate a compimento. Vano si rivelò il monito del capitano di fregata, Gregorio De Falco, (a tutti è tristemente nota la sua accesa conversazione con Schettino) che conferendo con lui al telefono dalla capitaneria di porto di Livorno, gli intimò ripetutamente di tornare subito a bordo.

La conclusione dei soccorsi avvenne nella notte tra il 13 e il 14 gennaio: furono tratti in salvo 3.190 passeggeri e 1.007 membri dell’equipaggio, e recuperati in mare 3 corpi (due passeggeri e un membro dell’equipaggio). Da quel momento iniziarono le operazioni di ricerca dei dispersi a bordo del relitto semisommerso.

I giudici del Tribunale di Grosseto nella sentenza di condanna definirono “criminale” la decisione di Francesco Schettino di fare “l’inchino” davanti al Giglio: “Portare una nave, con quelle caratteristiche e a quella velocità, così in prossimità dell’isola fu scelta criminale”, spiegando che “i 32 decessi delle persone a bordo della Concordia non si sarebbero verificati se” l’allora comandante “avesse gestito l’emergenza con perizia e diligenza”, nel rispetto della normativa atta a far fronte a siffatte situazioni di emergenza.

Costa Concordia naufragio – Image credit: Shutterstock

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