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15 dicembre 1969: a tre giorni dalla strage di Milano muore l’anarchico Giuseppe Pinelli

<<Quella sera a Milano era caldo/ ma che caldo, che caldo faceva/ “Brigadiere apra un po’ la finestra”/ e ad un tratto Pinelli cascò>>

E’ il 1969. Il 15 dicembre, per essere precisi. Sono passati tre giorni dallo scoppio della bomba nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana: Milano sta ancora piangendo i suoi 16 morti e gli 88 feriti. Eppure, incredibilmente, la questura ha già dei sospetti, le indagini avanzano a ritmo serrato e tra le forze di polizia, con immotivata fretta, si è già stabilito che il delitto sia maturato all’interno del mondo anarchico.

E’ sera, come cantano i versi della splendida ballata popolare che quattro giovani anarchici del circolo “Gaetano Bresci” di Mantova comporranno di lì a poco, e nelle stanze della questura c’è un via vai di sospettati, tutti legati al mondo degli anarchici, tutti rilasciati, uno dopo l’altro. Ma Giuseppe Pinelli no. Lui, ex partigiano, ferroviere, fondatore del circolo anarchico Sacco e Vanzetti, l’uomo che in sella al proprio motorino aveva autonomamente seguito una volante della polizia fino in questura per farsi interrogare, viene tenuto sotto torchio per tre giorni. Sarebbe illegale, un fermo non può durare così a lungo: Pinelli sarebbe dovuto essere a casa. Al massimo, in prigione. Ma negli uffici del commissario Luigi Calabresi proprio no. Eppure è proprio lì che è ancora, ed è proprio dalla finestra di quell’ufficio che, ad un tratto, precipita, cade su un’aiuola del giardino sottostante, e muore.

Ma perché? “Cui prodest?” avremmo detto un tempo. A distanza di quasi cinquant’anni, questa morte è ancora senza colpevoli. E, sopratutto, senza un movente riconosciuto. “Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto” dirà il commissario Luigi Calabresi, commentando a caldo l’accaduto durante la prima conferenza stampa. Secondo la polizia, Pinelli, messo alle strette e con un grande rimorso per gli esiti imprevisti della deflagrazione che lui stesso aveva contribuito a organizzare, si sarebbe “lanciato” nel vuoto gridando: “E’ la fine dell’anarchia”.

Ma sono troppe, fin da subito, le cose che non tornano: c’è un interessante documentario ideato e inizialmente girato da Pier Paolo Pasolini– che poi se ne tirerà fuori- e da Lotta Continua (si chiama “12 dicembre” e fu girato tra il 1970 e il 1972) dove la moglie e la mamma dell’anarchico milanese vengono intervistate a un anno dalla sua morte. “Domenica mattina, il 14, verso le 9.30, ricevetti una telefonata dalla questura (e non da Pino) dove mi dicevano di avvisare la ferrovia che Pino era malato; alle 14.30 del lunedì un’altra telefonata dove mi dissero di avvisare la ferrovia che Pino era stato fermato in attesa di accertamenti– racconta la vedova Pinelli- alle 22 dello stesso giorno il commissario Calabresi mi telefonò di nuovo per chiedermi il libretto chilometrico di Pino; dieci minuti più tardi lo richiamai per dirgli che l’avevo trovato, e se dovevo portarglielo. No signora, veniamo noi, mi disse. Ma Pino dov’è? Dissi io. Qui da noi signora, dove sta molto meglio, mi rispose”. La signora Licia Rognini, questo il suo nome, racconta che seppe della morte del marito solo all’una e cinque della notte, il 16 dicembre, quando i giornalisti accorsero sotto casa sua. “Ho telefonato al dottor Calabresi chiedendo come mai non mi avessero avvertito– racconta ancora- ma sa, signora, abbiamo molto da fare, mi rispose”.

Nello stesso documentario la mamma di Giuseppe Pinelli, Rosa Malacarne, racconta di come il giorno prima della morte del figlio dalla questura gli dissero di non preoccuparsi, che a carico di Pino non c’era niente, che ci fossero solo delle “pressioni da Roma, data la gravità del caso” e di quando, dopo aver appreso dai giornalisti della sua morte, fu portata in ospedale. “L’infermiera disse– racconta Rosa- è stato portato qui già conciato parecchio. Mi han portato a vederlo, lo ricordo benissimo ed è un momento che non vorrei più rivivere”. “Conciato parecchio”, è proprio così che dice. Impossibile non pensare alle botte. Magari per incalzarlo, per farlo parlare. Non sarebbe la prima volta. Ne’ l’ultima, a giudicare dalle vicende dei nostri giorni.

Eppure, nell’ultima udienza dell’inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli, nell’ottobre del 1975, il giudice Gerardo D’Ambrosio stabilì che Pinelli fosse morto per un “malore attivo”, malore che avrebbe provocato l’involontaria caduta dal quarto piano della questura. L’inchiesta, che si avvalse anche di una seconda autopsia sul corpo di Pinelli, accertò inoltre che nella stanza al momento della caduta erano presenti 4 agenti della polizia e un ufficiale dei carabinieri, che furono prosciolti, e non il commissario Calabresi, contrariamente a quanto affermato sotto giuramento dall’unico testimone, Pasquale Valitutti. Ok, un malore. Ma indotto da chi, o da che cosa? Magari dalle botte? O dalle ore di sonno di cui l’anarchico fu privato per tre lunghissimi giorni?

Il commissario Calabresi, in quegli anni, è famoso per la dura repressione agli ambienti dell’estremismo di sinistra. La sua assenza dalla stanza al momento della morte di Pinelli non sarà infatti creduta “da parte degli ambienti anarchici e della sinistra e lo stesso verrà fatto segno di una violenta campagna di stampa avente il risultato di isolarlo. Calabresi verrà assassinato nel maggio 1972 da aderenti alla sinistra extraparlamentare. Verranno condannati Leonardo Marino (reo confesso), Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. L’assassinio del Commissario inciderà anche nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana” [cit. fonte Wikipedia].

Presente o no, la versione ufficiale fa acqua da tutte le parti: Pinelli non presenta segni di resistenza alla caduta, i mobili nell’ufficio del commissario sono disposti in modo tale che risulta difficile gettarsi di sotto in presenza di altre persone, l’ambulanza viene chiamata in ritardo e, sopratutto, chiunque lo conosca nega che possa essersi suicidato. Non solo. A non sembrare plausibile è proprio il rimorso che avrebbe aggredito l’anarchico: Giuseppe Pinelli, anni dopo, verrà infatti prosciolto da ogni accusa per la strage di Piazza Fontana. Eppure, per la contro inchiesta delle Br sui fatti di Piazza Fontana, l’ordigno alla Banca Nazionale dell’Agricoltura sarebbe stato posto proprio dagli anarchici che pensavano di attuare un attentato dimostrativo, a banca chiusa e Pinelli, che aveva collocato la bomba, si era suicidato per il rimorso. Nel settembre 1992, anche l’allora segretario del Psi, Bettino Craxi fece affermazioni analoghe, così come l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga [fonte Wikipedia].

Ma allora, com’è morto davvero l’anarchico Giuseppe Pinelli, il ferroviere che alla madre preoccupata per l’intensa attività politica aveva risposto: “L’anarchia non è quella che hanno insegnato a te da bambina, l’anarchia non è violenza, noi la violenza non la vogliamo e non la usiamo”? Per il regista Marco Tullio Giordana, che ricostruirà la sua morte, Pinelli morì accidentalmente, ma verosimilmente in seguito a una colluttazione dovuta al nervosismo e alle ostilità tra Pinelli e i poliziotti presenti nella stanza al momento del fatto, commissario Calabresi escluso. Purtroppo, senza una verità storica e una verità giuridica che ci possano aiutare, capire cosa successe è davvero difficile. L’unica cosa che sappiamo con certezza è che proprio nei giorni dell’interrogatorio Giuseppe Pinelli regalò al commissario Luigi Calabresi l'”Antologia di Spoon Riverdel poeta americano Edgar Lee Masters, antologia dal quale fu poi tratto l’epitaffio sulla sua tomba:

Carl Hamblin

La rotativa del “Clarion” di Spoon River fu distrutta,
e io impeciato e impiumato,
perché il giorno che gli Anarchici furono impiccati a Chicago pubblicai questo:
“Ho visto una donna bellissima con gli occhi bendati
sui gradini di un tempio di marmo.
Una grande folla le passava dinanzi,
i volti imploranti alzati verso di lei.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandendo quella spada,
colpiva ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna in fuga, ora un pazzo.
Nella destra teneva una bilancia:
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da chi scampava ai colpi della spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
“Non guarda in faccia nessuno”.
Poi un giovane con berretto rosso
le fu accanto con un balzo e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia erano state corrose
dal marcio delle palpebre;
le pupille bruciate da un muco lattiginoso;
la follia di un’anima morente
era scritta su quel volto-
allora la folla capì perché portasse la benda.

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