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16 ottobre 1943, il rastrellamento ha inizio

Stazione Tiburtina. Prime ore del mattino. Treni merci piombati. Arrivano i rastrellati dal Ghetto di Roma. Gente la cui unica colpa era essere ebrei. Una confessione diversa, un modo di vivere diverso, solo questo. Ma la follia nazista aveva un’altra visione del mondo, una visione di pulizia etnica fondata sulla pura follia, sulla presunta supremazia di una razza su tutte le altre.

PRIEBKE

Se la vendetta però a volte può essere dolce, se il destino ci mette lo zampino, può accadere che il giorno della commemorazione del rastrellamento del Ghetto di Roma, uno dei nazisti che a Roma ha legato in maniera indissolubile il proprio nome, vaga come un’anima in pena, in cerca di una sistemazione. Sarebbe il caso di dire come un corpo in pena, per diversi motivi, il primo: è difficile pensare che uno come Priebke abbia mai avuto un’anima, e il secondo è che è letteralmente il suo corpo a non riuscire a trovare una sistemazione.

Il “Rifiuto“, si dovrebbe chiamare, poiché tutti. Lo rifiuta naturalmente Roma e l’Italia, l’ha rifiutato l’Argentina dove pure era riuscito a rifugiarsi anni addietro, e lo rifiuta la sua stessa Germania. Non ci può essere risarcimento per quello che Priebke e il Nazismo hanno fatto, ma gusto della vendetta e nella vendetta a volte si. L’unica soluzione ad oggi pare essere la stessa che i suoi hanno usato contro gli ebrei: la cremazione.

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