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22 marzo 1986: muore avvelenato Michele Sindona, banchiere di Cosa Nostra e membro della Loggia P2

Trent’anni fa, il 22 marzo 1986, moriva in circostanze misteriose Michele Sindona, banchiere e criminale, membro della Loggia P2 con tessera n° 501. Siciliano, nato l’8 maggio 1920 e cresciuto a Patti (Messina), Sindona era laureato in giurisprudenza, di professione faceva l’avvocato e l’affarista, era anche noto banchiere dalle molteplici attività illecite – è stato ribattezzato ‘il banchiere di Cosa Nstra’ – tra cui il riciclaggio di denaro ‘sporco’ per le più potenti famiglie mafiose siciliane e con i Gambino di New York City. Fu anche coinvolto nell’affare Calvi e mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

Michele Sindona morì avvelenato dal cianuro, in carcere, ma le circostanze della sua morte sono ancor oggi un mistero. Nel 1980 fu processato con 65 accuse e condannato a 25 anni di carcere dal Tribunale federale di Manhattan per frode, spergiuro, false dichiarazioni bancarie ed appropriazione indebita di fondi bancari. Durante la detenzione il governo italiano presentò agli stati Uniti una richiesta di estradizione perché Sindona potesse presenziare al processo per omicidio; la domanda fu accolta e il 25 settembre 1984 il detenuto potè rientrare in Italia e fu rinchiuso nel carcere di Voghera.

Un’altra condanna a 12 anni per frode gli fu inflitta il 16 marzo 1985, seguita, il 18 marzo 1986, da quella all’ergastolo con l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio Ambrosoli. Dopo due giorni morì avvelenato in seguito all’ingestione di caffè al cianuro di potassio, che forse lui stesso aveva preparato. Il decesso di Sindona arrivò dopo 48 ore di coma profondo nell’ospedale di Voghera.

La sua morte è stata considerata un suicidio in quanto il cianuro di potassio ha un odore talmente forte che difficilmente Sindona avrebbe potuto ingerirlo senza accorgersene. Si ipotizza che avesse tentato di auto avvelenarsi, sbagliando però le dosi del cianuro, per essere nuovamente estradato negli Stati Uniti dove, in virtù di un accordo tra Italia e Stati Uniti, la sua incolumità sarebbe stata al sicuro. Sindona fece di tutto pur di essere estradato, e secondo le piste investigative più accreditate, anche l’avvelenamento fece parte di questi tentativi.

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