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24 marzo 1944, eccidio delle Fosse Ardeatine: i soldati tedeschi rastrellano ed uccidono 335 civili italiani

Roma, 24 marzo 1944: l’ufficiale Herbert Kappler e una squadra di circa 70 soldati tedeschi compiono una delle rappresaglie più crude del secondo conflitto mondiale, l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il giorno prima, il 23 marzo 1944, una bomba era esplosa in via Rasella, all’improvviso, ed aveva colpito un drappello di soldati tedeschi. L’attentato, compiuto per iniziativa dei partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica delle brigate Garibaldi (che ufficialmente dipendevano dalla Giunta militare, che era emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale) contro l’undicesima compagnia del III battaglione del Polizeiregiment “Bozen”, era un avvertimento della Resistenza italiana contro gli invasori tedeschi. Era stato il partigiano Giorgio Amendola a segnalare il reparto tedesco come bersaglio, perché lo vedeva passare ogni pomeriggio proprio da via Rasella, in assetto da guerra. A morire, tra i tedeschi, erano stati in 32, cui si era aggiunto un trentatreesimo durante la notte successiva all’attacco.

La rappresaglia nazista scatta immediatamente: ogni tedesco ucciso sarà vendicato con la morte di dieci italiani, stabiliscono i tedeschi, che scelgono le vittime tra i detenuti politici e comuni di Regina Coeli e del carcere di via Tasso. In realtà, a morire sotto il fuoco delle fucilazioni, saranno 335 civili, 15 in più dei 320 preventivati: all’ultimo momento, infatti, saranno rastrellati 10 civili per vendicare l’ultima perdita tedesca e, per la fretta di completare il numero delle vittime e di eseguire la rappresaglia, finiranno nel mucchio altri 5 civili. I soldati tedeschi, in seguito, giustificheranno la morte dei cinque malcapitati in più con la scusa che, se fossero tornati liberi, avrebbero potuto raccontare quello che era successo.

È Herbert Kappler il comandante delle SS che compila la lista delle vittime e che, quattro anni più tardi, nel corso del processo a suo carico, racconterà la dinamica dell’eccidio e confesserà che gli stessi sopravvissuti del SS-Polizei-Regiment “Bozen” si erano rifiutati di vendicare in quel modo i propri compagni uccisi e la rappresaglia non era potuta essere affidata a loro.

Il 24 marzo le vittime designate raggiungono le cave di pozzolana lungo la via Ardeatina, scelte per l’esecuzione anche perché possono permettere di occultare i cadaveri degli uccisi. I prigionieri vengono uccisi a gruppi, con un totale di 67 turni di esecuzioni: mentre all’inizio la procedura di annientamento delle vittime sembra avviarsi con precisione e disciplina, con il passare del tempo la situazione diviene più confusa. Alcune vittime cercano di opporre resistenza e vengono sottomesse con forza ed i cadaveri vengono ammassati per lasciare a disposizione lo spazio per le esecuzioni: i civili trucidati sono così tanti che, alla fine, per accelerare i tempi, i tedeschi fanno salire i condannati a morte direttamente sopra lo strato di cadaveri, e li giustiziano lì. Alcuni carnefici non eseguono con precisione l’esecuzione, sono in molti a non morire sul colpo, e tantissimi corpi vengono devastati e mutilati dai colpi di arma da fuoco.

Per sostenere il morale dei suoi uomini, lo stesso colonnello Kappler prende parte ad un secondo turno di esecuzioni, convincendo a sparare anche il tenente Wetjen, che in un primo tempo si era rifiutato. Dopo aver compiuto il massacro, i tedeschi infieriscono ulteriormente sulle vittime facendo esplodere numerose mine per far crollare le cave e nascondere l’eccidio, o almeno renderne più difficoltosa la scoperta. Un trafiletto su Il Messaggero del giorno dopo notifica al mondo che il massacro si è compiuto: la stessa segretezza avvolge la notizia ufficiale dell’attentato subìto dalle truppe occupanti, e le due notizie vengono diffuse insieme per ragioni propagandistiche secondo una direttiva del Minculpop.

Per la sua efferatezza, l’alto numero di vittime e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, esso divenne l’evento-simbolo della durezza dell’occupazione nazista di Roma. Quella delle Fosse Ardeatine, con il passare degli anni, si trasformò quasi in una beffa: Kappler riuscì a scappare dopo alcuni anni di carcere, evitando di scontare la condanna all’ergastolo in Italia.

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