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28 maggio 1980: Walter Tobagi viene assassinato dai terroristi di estrema sinistra

Walter Tobagi nasce il 18 marzo 1947 a San Brizio, frazione di Spoleto. È stato giornalista e scrittore, morto assassinato in un attentato terroristico per mano della Brigata 28 marzo, gruppo terroristico di estrema sinistra. Tobagi inizia molto presto la sua carriera giornalistica: fa il redattore della “Zanzara”, lo storico giornale del Liceo Parini di Milano (dove si era trasferito con la famiglia quando aveva 8 anni) che frequentava e dove maturò il suo impegno politico. Entra giovanissimo ne L’Avanti, quotidiano del PSI, e dopo pochi mesi viene assunto dal quotidiano cattolico, L’Avvenire, dove si occupa di temi sociali, di sindacato e di informazione politica. Studioso e docente di storia del movimento sindacale all’Università Statale di Milano, è anche autore di saggi. Nel 1975 pubblica un volume sulla CGIL, nel ’78 uno sull’attentato a Togliatti.

Una carriera dedicata a molteplici approfondimenti sulla condizione dei lavoratori della Fiat Mirafiori, sull’autunno caldo del 1972, sui dibattiti inerenti l’unità sindacale dei metalmeccanici delle tre confederazioni. Tobagi alla fine degli anni ’70 inizia anche ad occuparsi di terrorismo. E sarà questo impegno di ricercatore della verità a costargli la vita. Nel 1972 entra al Corriere della Sera e, in qualità di inviato sul fronte del terrorismo e di cronista politico e sindacale, inizia a ‘scavare’ nella storia delle Brigate Rosse: segue la strage di Piazza Fontana, l’assassinio del Commissario Luigi Calabresi (avvenuto il 17 maggio 1972), la morte dell’anarchico Pinelli. Indaga sulle anomale circostanze in cui perse la vita Giangiacomo Feltrinelli, morto ai piedi di un traliccio a Segrate, per l’esplosione accidentale della bomba che avrebbe fabbricato. E poi inchieste sulle iniziative militari delle Brigate Rosse: Tobagi scopre l’esistenza di covi terroristici a Milano, ne scrive. Si occupa delle guerriglie urbane, degli scontri politici durante le manifestazioni organizzate dai gruppi di estrema sinistra, da Lotta Continua a Potere Operaio e Avanguardia Operaia. Studia il fenomeno dei gruppi terroristici, denunciando il pericolo del loro radicamento tra gli studenti universitari ma anche tra gli operai delle fabbriche metal meccaniche milanesi e tra i quartieri popolari periferici. Punta i riflettori delle sue inchieste su certe realtà urbane a Milano, Torino e Genova. Si occupa anche del fenomeno del pentitismo e della vita in clandestinità dei terroristi.

Un giornalista all’avanguardia ‘scomodo’ e da eliminare: Walter Tobagi viene ucciso alle 11 di una piovosa mattina del 28 maggio 1980, mentre, uscito dalla sua abitazione sita in di piazza del Rosario, si reca in garage a prendere l’auto. Trova lì ad attenderlo un commando armato di 5 uomini (Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano) che lo uccidono con 5 colpi di pistola. Quando viene assassinato, Walter Tobagi ha 33 anni, una moglie e 2 figli piccoli.

I suoi aguzzini – terroristi di estrema sinistra della “Brigata 28 Marzo”, alcuni dei quali figli di famiglie della borghesia milanese – dopo qualche mese di indagini dei Carabinieri e della Magistratura vengono identificati e processati. Il maxi- processo si tiene al Tribunale di Milano, inizia il 1° marzo 1983 e si conclude il 28 novembre dello stesso anno. Il membro del commando, Marco Barbone, (figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni e quindi legato agli ambienti giornalistici) viene arrestato il 25 settembre del 1980 e decide di collaborare con gli inquirenti: è lui con le sue rivelazioni a far smantellare l’intera Brigata 28 marzo e a far arrestare un centinaio di sospetti terroristi di sinistra. A fine processo, ci fu una grande polemica per le condanne ‘blande’ inflitte ai terroristi: Borbone (che esplose il colpo mortale a Tobagi) e Morandini, in quanto ‘collaboratori di giustizia’ vengono condannati a 8 anni e 9 mesi seguiti, dopo 3 anni di detenzione, dalla libertà provvisoria; Marano – che confessò il delitto – viene condannato a 20 anni e 4 mesi, ridotti per la sua collaborazione a 12 anni in appello; De Stefano è condannato a 28 anni e 8 mesi, muore in carcere nel 1984 perché colpito da aneurisma; Laus a 27 anni e 8 mesi, diventati 16 anni in secondo grado, dal 1985 rimesso in libertà provvisoria; infine Giordano, che non ammise mai le sue responsabilità, viene condannato a 30 anni e 8 mesi, divenuti 21 anni in appello. È stato l’unico del commando a scontare l’intera pena.

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