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3 settembre 1982: Carlo Alberto Dalla Chiesa viene assassinato a Palermo

Il 3 settembre l’Italia ricorda una delle sue tante vittime di mafia, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nato con la divisa come grande aspirazione, a 22 anni entra nell’Arma, dopo aver combattuto nella guerra di Montenegro. Prese attivamente parte alla Resistenza nelle Marche, dove organizzava dei gruppi per fronteggiare i tedeschi ed era responsabili delle trasmissioni radio agli americani. Dalla Chiesa entrò in contatto per la prima volta con l’aspro meridione italiano, quando fu chiamato nel Comando Forze Repressione Banditismo, nato con lo scopo di contrastare il bandito Salvatore Giuliano.

Nella lotta al banditismo furono sin da subito evidenti l’ inflessibilità e la grande cultura del lavoro, che lo portarono a una rapida ascesa in carriera. Spostato da Roma a Milano e poi a Torino, nel 1966 ritorna in Sicilia con i gradi di colonnello. Per 7 anni combatte Cosa Nostra, indagando anche sugli omicidi del giornalista De Mauro e del Procuratore Scaglione. Le lunghe ed intense indagini del colonnello Dalla Chiesa porteranno all’arresto di decine di boss (per via del famoso “dossier 114”). Visti gli ottimi risultati diventa Comandante della Regione Militare di Nord-Ovest, dove si trova a fronteggiare un altro dei grandi nemici dell’Italia di inizio ’70: le Brigate Rosse. Forgiato dall’esperienza siciliana, Dalla Chiesa attua contro i brigatisti i metodi che lo avevano portato al successo contro la Mafia, come ad esempio infiltrare alcuni uomini all’interno dei gruppi per poterli studiare dall’interno.

Nel 1982 viene nominato dal consiglio dei Ministri, prefetto di Palermo. La Sicilia era insanguinata da una costante guerra di mafia, che resero Dalla Chiesa titubante sull’incarico. Gli vennero promessi poteri e sostegno speciale da parte del governo, che purtroppo non arrivarono mai. Era, a tal punto, solito ripetere: “Mi hanno spedito a Palermo con i poteri del procuratore di Forlì“. Il Generale sa di non avere molto tempo e in quattro mesi riesce ad affondare un colpo pesante al cuore di Cosa Nostra, tracciando una vera e propria mappa del crimine e indagò anche sui possibili rapporti mafia – politica. In pochi mesi riuscì a diventare troppo scomodo e la sera del 3 settembre la sua auto fu affiancata da una Bmw dalla quale partirono parecchie raffiche di Ak-47 che uccisero il Generale, la moglie Emanuela Setti-Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo. Il giorno dopo in Via Isidoro Carini, luogo dell’attentato, venne affissa una targa emblematica: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti.”

Secondo altre teorie, il generale Dalla Chiesa era diventato scomodo anche agli occhi del governo italiano. Durante le sue indagini sulle Brigate Rosse, secondo il giornalista Mino Pecorelli (anch’egli ucciso dalla mafia), il Generale entrò in possesso di gravi rivelazioni sul sequestro Aldo Moro. Emblematica la rivelazione del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta che riportò un pensiero del boss Badalamenti: “Dalla Chiesa è stato mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui. Non aveva ancora fatto molto per meritarsi tutto questo grande odio.” Per l’omicidio Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente Russo sono stati condannati come mandanti i vertici di Cosa Nostrà Riina, Provenzano, Greco, Calò, Busca e Geraci mentre a 20 anni di distanza sono stati condannati gli esecutori materiali Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia.

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