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31 marzo 2015, Terri Schiavo muore dopo due settimane di agonia

Pinellas Park, Stati Uniti d’America: il 31 marzo 2005 muore nella clinica di cure palliative dove è ricoverata da diversi anni la 41enne Terri Schiavo. Alla ribalta delle cronache di tutto il mondo per la durissima battaglia legale sull’eutanasia che l’ha vista interessata, Terri si spegne intorno alle 10 di mattina, dopo un coma vegetativo durato 15 anni. E’ infatti il 25 febbraio del 1990 quando Theresa Marie Schindler Schiavo, questo il vero nome della donna, subisce un improvviso arresto cardiaco: quando i sanitari la raggiungono a casa la trovano distesa a terra, a faccia in giù, e a niente valgono i tentativi di rianimarla. Trasportata d’urgenza in ospedale, Terri viene intubata e rimane in coma per due mesi e mezzo: quando riemerge dal coma, nonostante riprenda un ciclo regolare di sonno-veglia, non mostra alcuna coscienza di se stessa o dell’ambiente in cui si trova.

Mentre inizialmente era nutrita da un sondino nasogastrico, le viene praticata una gastrostomia endoscopica percutanea affinché venga nutrita da un tubo attraverso la parete addominale. Nonostante le analisi mediche condotte durante tutto l’arco temporale dello stato vegetativo della Schiavo dimostrino ogni volta come sia del tutto assente la capacità cognitiva della donna, quella di staccarle l’alimentazione forzata- destinandola così a morte certa- è una decisione difficile: non esistendo negli Stati Uniti una legge sul testamento biologico, infatti, non c’è alcun atto ufficiale che dimostri le volontà di Terri. Le parole del marito Michael, che confermerà sempre il rifiuto della moglie di essere tenuta in vita da una macchina senza alcuna speranza di recupero, verranno continuamente screditate dalla famiglia della donna e dai movimenti pro-vita e lo stesso Michael sarà accusato di voler “uccidere” Terri per ereditarne il patrimonio.

Michael, che è anche il tutore legale di Terri, è infatti deciso da subito ad interrompere l’alimentazione artificiale e già nel 1998 si rivolge alla Corte di Pinellas County affinché venga rimosso il tubo che tiene forzatamente in vita la moglie. I genitori di Terri però, nonostante la Corte concluda che la figlia non avrebbe voluto continuare le terapie di mantenimento della vita, si oppongono, sostenendo che Terri sia cosciente e avvalendosi di alcuni pareri madici secondo i quali potrebbe riprendersi e uscire dallo “stato vegetativo persistente” in cui si trova.

Nasce così la battaglia legale che durerà sette anni e che pian piano vedrà crescere l’interesse nazionale ed internazionale, richiamando sul caso l’attenzione di politici, gruppi a favore della vita e movimenti che chiedono la legalizzazione dell’eutanasia: da una parte il marito di Terri, convinto del fatto che la moglie non meriti di sopravvivere costretta in una condizione di prigionia forzata, dall’altra la famiglia della donna, che fino agli ultimi giorni tenterà di ribaltare le sentenze giudiziarie e tenere in vita la figlia. Il 18 marzo del 2005, a pochi giorni dalla morte di Terri, interverranno addirittura il governo della Florida e quello degli Stati Uniti promulgando una legge che cercherà, fortunatamente invano, di impedire la rimozione del tubo di alimentazione della Schiavo (il governo ci aveva già provato nel 2003 con la “Legge di Terri” che concedeva al governatore l’autorità per intervenire nel caso, legge poi cassata dalla Corte Suprema della Florida perché incostituzionale).

I genitori della donna affermano che la figlia non mostra i sintomi di uno stato vegetativo permanente, ma che si trovi piuttosto in uno “stato di minima coscienza“: Terri risponderebbe agli stimoli esterni, e i suoi comportamenti non sarebbero istintivi o dovuti a semplici riflessi. Per esempio, gli Schindler sostengono che la figlia sorrida, pianga, faccia tentativi infantili di parlare e tenti di rispondere verbalmente. Nessun giudice prenderà per buone queste affermazioni.

Come in tutte le battaglie analoghe (basti pensare ai casi nazionali di Eluana Englaro o Piergiorgio Welby) non solo lo Stato, ma anche la religione avrà un peso fondamentale e tenterà di insinuarsi nelle pieghe della vicenda per piegarla ai propri interessi: i genitori di Terri, ferventi cattolici, asseriscono da subito che anche la figlia appartenga alla Chiesa Cattolica Romana e che non ne avrebbe mai violato gli insegnamenti rifiutando l’alimentazione e l’idratazione forzata. Lo stesso Papa Giovanni Paolo II interviene nel 2004 dicendo che i medici e gli infermieri sono moralmente obbligati a fornire cibo e acqua ai pazienti in stato vegetativo permanente.

Dopo quattordici appelli e numerose mozioni, petizioni ed interrogazioni alla Corte della Florida, Terri viene lasciata morire dopo averle staccato il tubo dell’alimentazione e dell’idratazione forzata. Essendo l’eutanasia illegale, infatti, non esiste un modo per rendere il fine vita di una paziente come Terri più rapido e meno duro, e la morte della donna avviene dopo due settimane di agonia. L’autopsia rivelerà un esteso danno cerebrale: il cervello di Terri Schiavo pesa 615 grammi, per effetto della perdita di un considerevole numero di neuroni ed il danno, per il medico legale, è irreversibile: “Nessun tipo di terapia o trattamento avrebbe potuto rigenerare il quantitativo massiccio di neuroni perduti“.

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