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4 aprile 1951, nasce Francesco De Gregori: buon compleanno al Principe dei cantautori

Buon compleanno, Francesco De Gregori: 65 anni fa, il 4 aprile 1951, nasceva a Roma l’artista e musicista divenuto uno dei simboli del cantautorato italiano. Una carriera iniziata nel lontano 1972, la sua, con la pubblicazione del suo primo album di inediti, Theorius Campus, scritto a quattro mani con ‘l’amico del Folkstudio’, Antonello Venditti, e mai conclusasi. Da allora ad oggi, 19 album di inediti, numerosissime raccolte live e celebri collaborazioni con artisti di spicco, che, già affermati al tempo in cui un talentuoso Francesco ancora ‘in erba’ muoveva i suoi primi passi nel mondo della musica, seppero cogliere l’originalità del suo genio creativo, instaurando con lui una ‘commistione’ che diede da subito buoni ‘frutti’.

Di chi e di cosa sto parlando? Due nomi: Fabrizio De André e Lucio Dalla. E due dischi, Volume 8 (album di inediti uscito nel ’75) e Banana Republic (raccolta live pubblicata a fine tour, nel ’79), che partorirono canzoni-gioiello, destinate all’immortalità. Aggiungere altre parole in merito sarebbe superfluo, si rischierebbe di impoverire il loro pregio, che solo un attento ascolto sarebbe in grado di cogliere nella sua interezza.

Furono quei connubi artistici il trampolino di lancio per Francesco De Gregori, rivelatosi da subito un artista fuori da ogni schema, rispetto a ciò che la tradizione canora italica aveva fino ad allora prodotto e mostrato al pubblico. Nessuna etichetta che potesse (e possa tutt’oggi) classificarlo, uno stile compositivo fuori da ogni categoria lessicale, musicale, stilistica (Roberto Vecchioni ci ha pure scritto un saggio sul linguaggio musicale di De Gregori). Una voce calda, graffiante e profonda come pochi. Francesco De Gregori, che è autore di tutti i testi e le musiche della sua ricca e variegata produzione musicale, ha attinto al panorama artistico-musicale americano di Bob Dylan e Leonard Cohen, ma si è anche ispirato a suoi illustri colleghi italiani come Faber e Lucio Battisti. Fin dagli esordi dimostrò di avere tanto da dire, molte storie – “pezzi di vita che non si interrompe”, ama cantare nella sua “Vai in Africa, Celestino!”, da raccontare. E di saperlo fare ‘a modo suo’, come né prima né dopo di lui qualcun altro è riuscito.

Esercizio difficile mettersi ora a citare alcuni dei suoi ‘capolavori’ (pescare solo alcuni tra i brani dalla sua immensa discografia è impresa ardua), quelli entrati a far parte della memoria collettiva – “Rimmel”, “Generale”, “La donna cannone”, “Alice”, “Pablo”, “Titanic”, per intenderci – annoverandoli come migliori rispetto ad altri, magari meno conosciuti. Francesco De Gregori non è solo questo, non si è fermato ai ‘mitici’ anni ’70. La sua creatività non si è fossilizzata, anzi, si è trasformata e adattata ai tempi, ed ha saputo trovare parole sempre adatte a descrivere la nostra attualità, ricorrendo a versi mai dimentichi di originalità e contenuti ‘pregnanti’.

Il ‘Principe’, come amava chiamarlo Lucio Dalla (mai appellativo fu più azzeccato per connotare la signorilità e l’eleganza di un artista che, tuttora, quando calca il palco, incanta e stupisce il suo pubblico) da allora ha continuato a viaggiare su vette molto alte, misurandosi in progetti professionali fuori dal comune (basti pensare alle oltre 150mila copie vendute dell’album di canti popolari, Il fischio del vapore, pubblicato nel 2002 e cantato in coppia con Giovanna Marini) e regalando al popolo dei suoi ammiratori, la cui fascia d’età taglia trasversalmente ben 4 generazioni, lavori musicali eccellenti, importanti, indimenticabili.

“Canzoni d’amore” (1992), “Amore nel pomeriggio” (2001), “Pezzi” (2005), “Sulla strada” (2012) sono solo alcuni. Il filo conduttore dell’ermetismo e della impenetrabilità dei testi lega tutti gli album di Francesco De Gregori, dove metafore, allegorie, sinestesie, giochi di parole e topoi ritornano costantemente – come è giusto che sia nella produzione di un artista – e si snodano su testi e musiche che raccontano storie attraverso immagini, descrivono senza dire, accennano ma non svelano, invitano all’immaginazione, evocano ricordi e sogni, senza mai darsi totalmente, né dirsi ‘compiuti’. Significati inafferrabili, da (ri)conquistare ad ogni ascolto, che rendono affascinanti e sempre attuali canzoni di 30 anni fa impreziosite da sempre nuovi arrangiamenti, e stanno accanto ad altre più recenti, che quanto a bellezza musicale e contenutistica non hanno niente da invidiare ai ‘classici’ di cui sopra.

“Rumore di niente”, “In Onda”, “Passo d’uomo”, “Parole a memoria”, “L’agnello di Dio”, “Compagni di viaggio”, “Un guanto”, “Ti leggo nel pensiero” sono solo alcuni dei brani della sua più recente produzione che mi sento di citare, ma la lista potrebbe e dovrebbe essere molto più lunga. Canzoni che furono, sono e saranno colonna sonora della vita di tanti, perché davanti al suo palco, durante i live, tu che hai 30-35 anni un ventenne te lo ritrovi accanto ad una mamma di 60 anni che il Principe, in questi oltre 40 anni di carriera, non ha mai smesso di seguirlo.

Francesco De Gregori non ama ripetersi, si racconta sempre in modo nuovo, chi lo conosce e lo segue da tempo ormai lo sa; la passione per il suo mestiere lo porta ancora in giro per i palchi d’Italia, e in questi mesi lo vede esibirsi nel tour “De Gregori canta Bob Dylan – Amore e furto”, sua ultima fatica discografica dove si cimenta nella traduzione ed interpretazione (magistrale) di 11 brani di Bob Dylan. Lavoro pregevole ennesima prova del suo essere mai uguale a se stesso, della sperimentazione che è sempre stata un segno distintivo del suo stile e della sua inesauribile creatività. Eh sì, perché voci di corridoio più che affidabili parlano già di un presunto nuovo album di inediti in cantiere “Sarà come sarà, se sarà vero …”.

Franceso De Gregori, Tour Amore e Furto – Teatro Europauditorium di Bologna, 1° aprile 2016.

Foto di Valeria Bissacco 

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