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“Sotto un altro cielo”: intervista a Claudio Volpe, l’enfant prodige della letteratura italiana

Classe 1990, a 10 anni scrive la sua prima poesia e a 16 vince il Premio Speciale “Giovanni Forzati” da parte dell’Università della Magna Graecia del Centro Sud per la poesia; a diciassette riceve una menzione speciale per la pace dalla “Società Dante Alighieri”. E’ soltanto l’inizio: “Sono entrato in contatto con Dacia Maraini senza la mediazione di nessuno. Durante la presentazione di un suo libro, le ho dato ‘Il vuoto intorno’ e dopo qualche giorno mi ha ricontattato”. Ha incantato autori del calibro di Dacia Maraini che presenta al Premio Strega 2012 il suo romanzo d’esordio insieme al poeta Paolo Ruffilli. L’opera vince anche il Premio Internazionale Franco Enriquez ed è finalista al Premio Torre Petrosa. Il secondo romanzo di Volpe, Stringimi prima che arrivi la notte, viene presentato al Premio Strega 2013 da Renato Minore e Cesare Milanese, vince il Premio Napoli Cultural Classic ed è finalista al Premio Flaiano, classificandosi secondo. Nel 2014 esce il saggio-dialogo Raccontami l’amore, scritto a quattro mani con la parlamentare Anna Paola Concia, sui temi dell’omosessualità e della violenza sulle donne. Nel 2015 pubblica Ricordami di essere felice, racconti sul tema della felicità, in gara al Premio Piersanti-Mattarella.

Claudio Volpe è stato già tutto questo a soli 26 anni. Da una sua idea nasce un romanzo corale che racconta le tragiche condizioni di vita dei migranti: “Sotto un altro cielo“, del quale abbiamo già parlato in occasione dell’intervista rilasciataci da Dacia Maraini. Non soltanto viaggi della speranza e fotografie di un esodo feroce bensì la restituzione dell’inferno che vive chi decide di scappare dalla propria terra. Perché è importante capire le motivazioni che spingono una persona all’esodo e da quali mostruosità debba trarsi in salvo. In questo senso il racconto di Volpe è illuminante. Lasciamo la parola proprio a lui, che ha gentilmente concesso un’intervista a UrbanPost.

 

“Sotto un altro cielo” nasce da una sua “urgenza” di fare qualcosa al cospetto dell’attuale scenario geopolitico, ma anche ideologico, sotto il fronte migranti. A soli 26 anni ha già una carriera di scrittore di tutto rispetto e vanta come madrina intellettuale Dacia Maraini. Ed è proprio in seguito ad un pranzo in montagna con la Maraini che ha preso forma l’idea di questo libro. Ce lo racconta?

L’urgenza è quella di combattere il pregiudizio, abbattere tutto ciò che insensatamente ostacola la possibilità di una felicità collettiva e del rispetto della dignità di ogni singolo essere umano. Personalmente, mi fa molto soffrire il modo in cui la politica strumentalizza la vita e il dramma dei migranti per sostenere la propria causa e rimpinguare il proprio elettorato. In un paese dove si legge pochissimo come l’Italia, le persone purtroppo, non sempre hanno gli strumenti giusti per formarsi una propria coscienza critica, una propria libertà di pensiero e di analisi. Così ci ritroviamo in una società fortemente razzista, xenofoba, omofoba, sessista e complessivamente impaurita e poco serena. Perché l’odio verso l’latro, il diverso (ma poi diverso da chi se ognuno di noi è diverso da tutti gli altri sotto migliaia di profili?), lo straniero rende sempre un Paese un luogo meno felice e umano. Io credo nella felicità possibile solo se condivisa, in una felicità sociale e reputo la scrittura uno degli strumenti migliori per veicolare, tramite la sua capacità di sviluppare empatia, tutto quell’amore che uno scrittore nutre verso la complessità e varietà del mondo. Quando decisi di realizzare quest’opera ne parlai subito con Dacia, mio punto di riferimento e soprattutto amica cui mi lega un affetto indescrivibile. Insieme capimmo che il progetto avrebbe potuto arricchire il dibattito sul tema dell’immigrazione, purtroppo finora a senso unico (in senso contrario all’accoglienza). Ci mettemmo a lavoro e dopo un anno “Sotto un altro cielo” è arrivato in libreria. Sembreremo pazzi a parlare di accoglienza in un periodo di odio profondo verso lo straniero, di paura verso i mussulmani e di crisi economica. Ma dalla paura non nasce niente. Dalla conoscenza, invece, nasce la vita.

 

 Il mondo intellettuale e letterario ha dei doveri a livello civile?

Personalmente credo di sì, quello di smetterla di autocelebrarsi e di scrivere solo per vendere e arricchirsi e di recuperare l’idea vera di letteratura, quella fatta di impegno civile, di lettura della società e offerta al lettore di un mondo incredibilmente complesso e variopinto. Lo scrittore dovrebbe essere testimone del suo tempo con lo sguardo catapultato indietro e in avanti. Memoria e lungimiranza dovrebbero essere due facoltà in suo possesso oltre che uno spiccatissimo amore per l’umanità nel suo poliedrico atteggiarsi.

 

Il suo racconto è particolarmente straziante perché inserisce un dramma nel dramma: oltre al regime emerge prepotente la violenza doppia usata sulle donne che per sopravvivere, crudele legge del contrappasso, devono accettare di diventare mostri a loro volta. Come si è documentato per restituire in modo tanto efficiente una realtà ben poco conosciuta?

Sono venuto a conoscenza di questa storia leggendo alcune riviste di politica internazionale e non solo che trattavano il caso. Ho deciso così di documentarmi e di scrivere a riguardo come faccio sempre quando qualcosa mi turba fortemente poiché sono solito scrivere partendo dalla volontà di reagire a un’ingiustizia. Ho preso così conoscenza della condizione delle donne che vengono arruolate nella polizia del Califfato, costrette a torturare altre donne accusate di peccati assurdi (avere allattato il figlio all’aperto, non avere indossato il consueto numero di veli sul capo, essere sospettate di adulterio…). Questo libro vuole offrire al lettore uno sguardo a 360 gradi sugli orrori da cui queste persone che vengono a rifugiarsi in Italia scappano. Solo immedesimandosi realmente in tali orrori si riuscirà forse a comprendere la disperazione che muove queste persone e il dovere morale di accoglienza che noi abbiamo. Uno dei più importanti filosofi politici del Novecento, Rawls, definisce la vita come una grande lotteria del caso dove ognuno si trova a nascere in paesi poveri o ricchi, assediati dalla guerra o meno, ad avere delle capacità o no per puro caso. Una società davvero coesa e civile deve agire per eliminare queste disparità create dal caso. È un imperativo categorico kantiano, potremmo dire. Il nostro modo di riequilibrare la situazione sta nell’accoglienza e nel sostegno per la costruzione di un futuro diverso. E’ la stessa nozione di civiltà che ce lo impone, prima ancora che il Cristianesimo tanto invocato in Europa.  

 

Perché c’è tanto livore verso i migranti da parte del mondo che si definisce civile e sensibile?

Perché le persone sono state abituate a scaricare la propria rabbia e la propria frustrazione verso gli altri, individuando un problema esterno come capro espiatorio così da non doversi assumere le responsabilità del proprio fallimento o da non creare problemi a un potere statale che spesso è la causa dei patimenti dei suoi cittadini. E’ più facile ritenere ingiusto che vengano aiutati i profughi quando magari molti italiani sono poveri e senza diritti che lottare perché certi diritti vengano riconosciuti a tutti. E’ una guerra tra poveri, per alcuni. Per altri è solo egoismo.

 

Si parla spesso di “diritto di opinione”, a suo parere come si può conciliare il diritto di disprezzare il diverso, e le successive classificazioni razziali che spesso ne derivano con la legittimazione di far valere il proprio pensiero? E’ un diritto poter discriminare in libertà?

Noi tutti siamo vittime di un equivoco di fondo. Crediamo che diritto di opinione significhi poter pensare, dire e fare tutto ciò che vogliamo senza considerazione degli altri. Ma ciò non è. Se non altro perché ogni diritto è tale finché non interferisce con altri diritti o con relativi doveri. Troppo spesso confondiamo il diritto di opinione con un presunto arbitrio al pregiudizio, all’offesa, alla denigrazione dell’altro. Bisogna poi considerare che spesso l’opinione si scontra con la realtà. Molti credono che tutto sia opinione quando in realtà spesso si tratta di ignoranza. Dire che un omosessuale, una donna o un immigrato valgono meno per una qualunque ragione è un errore sul piano logico-naturalistico prima ancora che giuridico. Ci sono fior fiore di Convenzioni (si veda la CEDU), Trattati e leggi che lottano contro la discriminazione. Perché? Perché la discriminazione, con la sua pretesa di disgregare la società iniettandola di odio, guerre intestine, classificazioni razziali, va contro l’essenza stessa del vivere sociale che per definizione è un “vivere insieme” nel rispetto reciproco necessario per convivere e sopravvivere. I diritti esistono in quanto esiste l’uomo che può pensarli e una società nella quale esercitarli (certamente le pietre su marte non possono invocare alcun diritto così come gli animali ai quali noi uomini dobbiamo riconoscerli!). Ergo, anche il diritto d’opinione deve fare i conti con il fine primigenio della convivenza e del rispetto della dignità umana.

 

Si ringraziano Claudio Volpe e Anna Ardissone

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