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5.819 km a piedi, alla scoperta dell’Italia che si fida: intervista al camminatore Riccardo Carnovalini

Cosa significa viaggiare per l’Italia in lungo e in largo, a piedi e senza meta, affidandosi esclusivamente alla disponibilità di chi offre ospitalità? L’abbiamo chiesto a Riccardo Carnovalini, nato nel 1957 a La Spezia e da sempre camminatore per passione, tanto da aver percorso – solo per riportare alcuni esempi delle sue incredibili imprese – tre volte le Alpi da un capo all’altro, due volte tutto l’Appennino, 4.000 chilometri di costa da Trieste a Ventimiglia. Le scarpe che nel 1987 gli hanno permesso di aprire un percorso attraverso le Prealpi Italiane, accompagnandolo per 2.000 chilometri, sono ora in mostra in un museo veneto; ma facciamoci raccontare direttamente da lui cosa significa camminare da una vita e perché è spinto a farlo.

Qualcuno l’ha definita “camminatore di professione”: è corretto?
“Nessuno mi paga per i chilometri che faccio a piedi. Qualcuno è interessato ai risultati del mio cammino, in particolare ai racconti e alle foto. Dal 1980 mi mantengo grazie alla pubblicazione di libri, servizi, serate pubbliche, incontri nelle scuole, creazione di itinerari, racconti radiofonici, ecc. Il cammino è un mezzo, non il fine”.

So che ha percorso quasi 6.000 chilometri a piedi in compagnia di Anna Rastello, andando in giro per l’Italia “senza meta”: com’è nato questo progetto, quali sono state le sfide e gli incontri più significativi?
“PasParTu: passi, parole, tu. Passi quelli che abbiamo fatto per unire persone che ci hanno donato, non tanto una buona cena o un buon letto, ma il bene più prezioso, cioè il tempo. Il tempo di raccontarsi e di regalarci alla fine di ogni sera una parola che esprimesse un concetto fondamentale per migliorare il mondo. Da anni volevo fare un viaggio che dimostrasse concretamente che l’importante è il cammino e non la meta. Siamo partiti da casa di Anna, a Torino, e l’unica cosa che è dipesa da noi è stata la prima ospitalità, a casa di amici a Carignano. Da lì si è generata una catena di ospitalità creata, giorno dopo giorno, da chi ha saputo replicare: noi siamo andati dove ci hanno mandato. Tre erano le regole: chiedevamo di essere mandati dai 20 ai 40 km di distanza; possibilmente non tornando sui nostri passi; se non venivamo mandati da nessuna parte il viaggio sarebbe finito. Abbiamo diviso il progetto in 4 stagioni di 7 settimane l’una (estate, autunno, inverno, primavera), per un totale di 192 ospitalità che sono state molto diverse fra loro. Difficile raccontare gli incontri più significativi: forse essere accolti in 5 diverse comunità di recupero da dipendenze, oppure in un convento di suore clarisse. Ma per saperne di più vi consiglio la lettura del libro “PasParTu – A piedi senza meta nell’Italia che si fida”, scritto insieme ad Anna Rastello, Edizioni Dei Cammini”.

Ma l’Italia di oggi si fida o no dell’estraneo?
“Quando chi ci ospitava cercava la destinazione successiva incontrava grandi difficoltà, pur contattando conoscenti. Per ogni sì c’erano 4 o 5 no: la fiducia è sempre più rara, ma un mondo senza fiducia non può essere un buon mondo. I cittadini non si fidano delle istituzioni, le istituzioni non si fidano dei cittadini. Il vicino di casa è spesso un nemico. Ci dimentichiamo sempre che l’unione fa la forza”.

Oggi in Europa si parla molto spesso di muri e di barriere da innalzare, piuttosto che di accoglienza. Camminare, nel suo caso, è anche una forma di denuncia sociale?
“Non cammino per stare in salute o per fare turismo, ancorché sostenibile e responsabile. Cammino con impegno “politico” per provare a cambiare, nel mio piccolo, un pezzettino di mondo. Mentre Anna si è sempre occupata di diritti dell’uomo, io dedico la vita ai diritti della terra. La terra ci sostiene e ci nutre ma noi la facciamo a pezzi, consumandola a un ritmo impressionante. In Italia perdiamo 8 metri quadrati al secondo per nuovo cemento e nuovo asfalto. La mia arma è la macchina fotografica: ho condotto campagne di documentazione sulla trasformazione del paesaggio, che è la nostra casa”.

Che cosa insegna il cammino senza meta, in una società dove il raggiungimento dell’obiettivo rappresenta qualcosa di prioritario?
“Insegna il qui e ora, la bellezza del momento, il non avere fretta e il mettersi completamente nelle mani degli altri…mentre il mondo corre all’impazzata verso la meta, dimenticando il percorso, e chiama viaggi i veloci trasferimenti da un punto all’altro. Puntare solo all’obiettivo toglie alla vita e al viaggio la qualità e la profondità del quotidiano, oltre al diritto di esser padroni del proprio tempo”.

Complessivamente, quanti chilometri crede di aver percorso (finora) a piedi in vita sua?
“Non lo so esattamente. Tempo fa ho letto su un articolo che avrei percorso 35 mila chilometri a piedi, qualcosa come la circonferenza della terra. Ma non è importante la quantità. Un solo giorno può avere lo spessore di un mese”.

Ma lei cosa sognava di fare da grande quando era piccolo?
“Il ciclista, perché attraversa il paesaggio accompagnato dal fruscio gentile delle ruote. La bicicletta è un mezzo straordinario, ma i piedi sono un’altra cosa, ci danno la libertà di andare ovunque, dalle vette più alte agli abissi più profondi”.

Curiosi di saperne di più? Ricordiamo al pubblico che nei prossimi giorni Riccardo Carnovalini sarà ospite della Festa del Camminare a Corfino, nel Lucchese: approfittatene!

In apertura: foto di Riccardo Carnovalini, sulle Alpi nel 1983

Written by Corinna Garuffi

Trentun anni, laureata in Scienze della Comunicazione, lavora da anni nel sociale. Da sempre alla ricerca di notizie inerenti al mondo del volontariato e alle opportunità offerte dell’Unione Europea, è anche appassionata di fotografia, arte e cucina. Indossa per la prima volta le vesti di blogger.

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