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8 marzo, Festa della donna 2015: a che punto siamo con la parità di genere?

Otto marzo 2015, Festa della Donna. Si sprecheranno oggi tonnellate di carta e d’inchiostro per scrivere, descrivere, informare. Sulle feste in zona, sulle riduzioni per entrare in discoteca, sui biglietti omaggio e tutto il resto. E poi l’altra faccia della luna, il rituale stanco degli appelli perché “le donne guadagnano meno degli uomini”, “la violenza uccide”, “si dice assessora e non assessore”. La verità, in un tempo di crisi come quello che stiamo attraversando, è che tutte le fasce più fragili della popolazione vedono arretrare i propri diritti, non solo le donne, e per un unico e semplicissimo motivo: la coperta è più corta e lascia scoperta la testa. O i piedi. E se invece di far pagare chi dovrebbe, lasciamo che siano i lavoratori a farlo, ecco che la forbice si allarga ancora di più, e la coperta comincia a salire alle ginocchia. Ed è qui il punto cruciale di tutte le discussioni che tentano di porsi seriamente la questione femminile: è rivendicando i diritti universali dei lavoratori che si può favorire l’emancipazione femminile oppure è proprio favorendo l’empowerment delle donne che si può uscire dalla crisi economica e sociale che ci è piombata addosso con la stessa violenza di un pugno in pieno volto che non ti aspetti?

C’è un mantra che viene ripetuto quotidianamente da politici, giornalisti, imprenditori: destra e sinistra non esistono più, quello di cui l’Italia ha bisogno è che si risolvano i problemi. Come si faccia a risolvere un problema se non analizzandolo e proponendo una soluzione di destra, oppure di sinistra, io non lo so: ma è evidente che sono vecchia, superata, nonostante sia nata appena un paio d’anni prima della caduta del muro di Berlino. Resto convinta che il punto sia la sanguinaria guerra che si sta combattendo affinché i grandi gruppi di tutto il mondo possano avere- in tutto il mondo- manodopera a buon mercato, lavoratori disposti a fare ogni tipo di sacrificio, poco importa se donne, gay, rappresentanti di minoranze. Ma c’è chi non la pensa come me, e ad oggi sono la stragrande maggioranza: non mi resta che mettermi da parte, cercare di capire a che punto sia oggi, in Italia, il dibattito politico sulla questione femminile e raccontarvelo.

Pochi giorni fa al Senato, nella bellissima e completamente affrescata Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, si è tenuto un convegno dal titolo “A vent’anni da Pechino: a che punto siamo con la parità di genere?”. Presenti, tra gli altri, il presidente del senato Pietro Grasso, la vicepresidente Valeria Fedeli, l’ex ministro delle pari opportunità Mara Carfagna, la vicepresidente di Confindustria Antonella Mansi, il Ministro delle riforme costituzionali Maria Elena Boschi. Occasione ghiottissima, che non mi sono lasciata scappare: così sono andata a Roma, e questo è il racconto di quello che ho visto e ho sentito, e proprio a ridosso della Festa della Donna.

Pechino, 1995. I governi di tutto il mondo si riuniscono per la quarta Conferenza mondiale sulle donne, “determinati– come si legge nella Dichiarazionea far progredire gli obiettivi di uguaglianza, sviluppo e pace per tutte le donne, in qualsiasi luogo e nell’interesse dell’intera umanità”. Sono passati 20 anni, ma quanto davvero è stato fatto per superare le differenze di genere? “Quando in seno all’Assemblea Costituente si cominciò a dibattere circa l’accesso delle donne in magistratura l’onorevole Cappi non si risparmiò di dire che le donne fossero inadeguate, prevalendo in loro il sentimento sul raziocinio, mentre nella funzione del giudice deve sempre prevalere il raziocinio sul sentimento” racconta Pietro Grasso ai presenti (anche se sarebbe il caso di dire “alle presenti” visto che gli uomini si contano sulle dita di una, due mani al massimo) al convegno di Palazzo Giustiniani, riflettendo su come e quanto le cose siano cambiate nel corso della storia del nostro paese. Grasso ricorda anche la pagina del Corriere della Sera del 2 giugno 1946, quando il quotidiano nazionale invitò le donne italiane ad andare a votare senza rossetto, affinché eventuali residui non inficiassero il voto: “Da allora molti passi sono stati fatti, basti pensare come ad oggi nella magistratura le donne rappresentino oltre il 50% dell’organico- continua- ma manca ancora un salto di qualità effettivo che permetta, un esempio su tutti, di superare il divario retributivo tra donne e uomini”.

festa della donna

Ed ai pochi uomini presenti– tra cui Giorgio Napolitano– si rivolge la vicepresidente Valeria Fedeli (Partito Democratico): “Fino a quando la condizione delle bambine e delle donne interesserà solo alle stesse donne avremo un problema: il fatto che qui oggi siate la stragrande maggioranza rende manifesto il grande ritardo che anche il nostro paese soffre”. Certo, servono le leggi, ma sopratutto serve che vengano applicate: “Siamo stati tra i primi paesi a ratificare la Convenzione di Istanbul- ricorda amaramente Valeria Fedeli– ma non so quanti parlamentari l’abbiano davvero letta e capita”.

La proposta della vicepresidente del Senato è quella di istituire una commissione bicamerale che si riunisca con cadenza programmatica e che ogni anno riferisca al Parlamento quello che è stato fatto e quello che manca ancora da fare: “I passi avanti non sono mai definitivi, purtroppo, c’è il bisogno urgente di fissare questi cambiamenti, affinché il lavoro dei tanti e delle tante che si impegnano non sia vano”. La proposta è accolta caldamente in sala, anche se è subito destinata ad essere sovrastata da una implacabile Mara Carfagna: “Nessun paese è riuscito a raggiungere tutti gli obiettivi della Convenzione di Istanbul- osserva l’ex Ministro per le pari opportunità- ma ci sono paesi in cui le condizioni di arretratezza sono inaccettabili”. Sottinteso: l’Italia è uno di questi. “Nonostante il nostro quadro normativo sia avanzato la condizione femminile è drammatica- continua- servirebbero azioni mirate a favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, ad aiutarle a conciliare lavoro e famiglia, a potenziare il welfare. Non possiamo dire che queste sono cose che affronteremo appena ci saranno le risorse per farlo, dobbiamo farlo oggi: ma esiste un’agenda del governo in materia? Nonostante i nostri ripetuti appelli il governo è silente. E prima di nominare una commissione– dice, rivolgendosi a Valeria Fedeli- basterebbe nominare un’autorità politica preposta”. Ed eccola qui l’affermazione che d’un tratto erige quella stessa donna che le sedicenti femministe del “Se non ora quando” avevano lungamente attaccato per via di calendari nudi e voci di corridoio su rapporti intimi con il capo Silvio Berlusconi a eroina incontrastata dei diritti femminili (e delle donne Pd, che sono la maggioranza in Sala Zuccari).

In effetti, a ben vedere, il governo Renzi è il primo, da quando è stato istituito il Ministero per le pari opportunità, e cioè dal 1996, a non aver nominato il ministro preposto. Dopo Anna Finocchiaro, Laura Balbo, Katia Belillo, Stefania Prestigiacomo, Barbara Pollastrini, Mara Carfagna, Elsa Fornero e Josefa Idem, niente. Il ministero delle donne per le donne- che già era senza portafoglio- è stato spazzato via e le deleghe sono ad oggi ancora nelle mani del premier.

festa delle donne

“Il nostro governo è un governo fatto per la prima volta per metà di donne- sarà la risposta del Ministro Maria Elena Boschinon avremo un ministero per le pari opportunità, ma il nostro è il governo delle pari opportunità”. Risposta che non le risparmierà un lungo boato di disapprovazione dalla affollata platea femminile. “Il nostro è il governo che ha fatto di più, per le donne, nella storia del nostro paese– dice convinta in chiusura del convegno- penso alle misure sul congedo parentale contenute nel Jobs Act, al finanziamento del Piano antiviolenza, al Piano per la costruzione degli asili nido”. Non solo: per il ministro Pd un tassello fondamentale sarebbe quello della Riforma Elettorale e delle riforme costituzionali in discussione in Parlamento proprio in queste settimane: “La presenza delle donne in Parlamento non è garantita nello stesso modo da tutti i partiti, la loro distribuzione non è omogenea. Dal 2019 scatterà l’obbligo sulle quote rosa e sulla doppia preferenza per tutte le assemblee elettive del paese, dal Parlamento fino ai consigli comunali, e così le donne saranno finalmente rappresentate”. In chiusura una chicca immancabile: “Anche Facebook è guidato da una donna” dice speranzosa il ministro, convinta che “questo è un tempo favorevole per le donne”.

Lascio a voi i giudizi e i commenti. Al di là dei facili proclami e delle polemiche politiche restano i dati sulla violenza perpetrata nei confronti delle donne dagli stessi uomini che dicono di amarle (e non bisogna pensare solo alla violenza di coppia, ma anche ai tanti, troppi abusi e maltrattamenti subiti da bambine e adolescenti per mano di padri, zii, nonni) e sull’emancipazione: nonostante le donne italiane si laureino meglio e di più dei colleghi uomini, sono 9 milioni quelle che non lavorano (e che non cercano un’occupazione), mentre oltre il 27% lascia il lavoro subito dopo la nascita del primo figlio.

Eppure sono tantissime le donne, sopratutto le straniere, che tentano di mettersi in proprio e danno vita a begli esempi di imprenditoria sana” spiega la vicepresidente di Confindustria Antonella Mansi, ed in questo senso uno strumento di grandissimo aiuto è il microcredito, sul quale noi di UrbanPost facemmo un servizio in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2014.

In attesa di vedere che cosa uscirà dalla 59esima Commissione sulla condizione delle donne, che si aprirà il 9 marzo alle Nazioni Unite, due sole cose mi restano da aggiungere: la prima è che per cercare un titolo a questo pezzo ho scoperto che “gnocca travel” è, su Google, tra i sintagmi più associati dagli italiani alla parola “Pechino”. Il che la dice lunga. La seconda sono le parole che le pragmatiche donne africane dissero alle loro colleghe, proprio a Pechino, nel 1995: “Se non c’è la sopravvivenza della specie (in riferimento alle durissime condizioni economiche e sociali dell’Africa, ndr) è inutile parlare di parità di genere”. Insomma, dico io, nel momento in cui la crisi economica sta mettendo in discussione la tenuta sociale e politica dell’intero vecchio continente, servirebbero più asili, più occupazione, più diritti del lavoro, più tutele per le donne sole. Che con le “assessora”, “ministra”, “sindaca”, non ci si mangia.

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