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Aarond Durogati parapendio intervista esclusiva: “Vi racconto come si vola in Patagonia”

Guardare tutti dall’alto offre sicuramente un’altra prospettiva. Aaron Durogati vive così, volando sopra le cime degli alberi, sfiorando le pareti che poco prima ha scalato o che dovrà affrontare, in alto quel tanto che basta per poter vedere tutto in modo differente. Il pilota di Merano, due volte campione del mondo di parapendio, la chiama normalità. La montagna, il volo, l’arrampicata, sono la sua vita. Ne parla con la consapevolezza di chi sa di essere fortunato a fare ciò che ama di più anche se dalle sue parole traspare ancora un pò di emozione. Questa volta, la sua avventura Aaron Durogati l’ha vissuta in Patagonia, dove si è misurato con condizioni estreme e con quattro delle più alte vette del Sud America.

Un nuovo record per la sua carriera. Quanto è stato complicato?
In generale la mia esperienza in Patagonia è stata piuttosto dura. Le condizioni erano spesso difficili e le finestre di tempo spesso cambiavano rapidamente. Le condizioni avverse in quota in Argentina non sono facili. Trovarsi in parete quando imperversa il brutto tempo è unesperienza abbastanza estrema. Durante la prima parte della spedizione abbiamo affrontato anche venti da 100 km/h e infatti dalla prima cima (Aguja Poincenot – 3.002m) non ho potuto decollare. Era impensabile farlo. Anche in quota alle altre vette le condizioni non erano così tanto migliori ma sono riuscito a decollare e gestire il volo in modo sicuro.

Il momento più difficile della spedizione?
Probabilmente il decollo da Aguja Saint Exupery (2.558m). Sono arrivato in cima dopo 15 ore di arrampicata. Si trattava di una parete molto verticale e trovare uno spot per riuscire a decollare è stato molto complicato. Dopo tutto quel tempo passato ad arrampicare sei abbastanza stravolto. Almeno le condizioni del vento erano favorevoli, così ho trovato la concentrazione giusta e sono partito. Momento più difficile ma anche più emozionante. 

Paura?
“L’ultima settimana l’ho passata al confine con il Cile ed era in corso una tempesta. Abbiamo bivaccato alla base della parete e fatto alcune vie. Una notte il vento era talmente forte che la tenda era quasi orizzontale, non si riusciva nemmeno a camminare. In alcuni momenti ho avuto paura di volare via.

Eppure torna sempre a volare.
“Ho volato per la prima volta quando avevo 6 anni. Mio padre mi portò con lui. Non ricordo molto di quei momenti ma se non ho più smesso probabilmente non ero spaventato. Amo quello che faccio. Poter conciliare quello che amo con il lavoro è fantastico. So di essere molto fortunato e riesco a non darlo per scontato perché so bene che non è sempre stato così. Prima potevo volare ed allenarmi solo al termine delle lezioni come maestro di sci, ora che posso vivere di questo è fantastico.

Cosa significa per lei volare?
“Avere una prospettiva diversa su quello che ci circonda. Non bisogna per forza spingersi troppo in alto. Mi piace molto volare a pochi metri dalle cime degli alberi, magari nei pressi delle pareti dove vado ad arrampicare. E’ molto emozionante, si ha una prospettiva che probabilmente appartiene solo agli uccelli.

Prossimi appuntamenti?
“Ne ho tanti. A brevissimo ho la finale di Coppa del Mondo di parapendio in Brasile, poi avrò alcune competizioni in Europa. Cercherò anche di allenarmi per essere pronto a giugno per la Red Bull X-Alps, Ho alcuni progetti di arrampicata e volo che vorrei portare a termine quest’anno. E forse tornerò in Brasile a ottobre per riprovare ad infrangere il record del mondo.

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