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Abbraccialo per me film 2016, Vittorio Sindoni: “Così racconto l’amore tra madre e figlio” [INTERVISTA]

Uscirà nelle sale cinematografiche domani, giovedì 21 aprile, il nuovo film di Vittorio Sindoni, esperto regista conosciuto per aver realizzato alcuni lavori negli anni ’70 e, soprattutto, per aver collaborato a diverse produzioni Rai degli ultimi anni. L’artista siciliano ha realizzato “Abbraccialo per me”, una commedia con sfondo drammatico, in cui protagonisti sono Stefania Rocca e Moisé Curia, famoso soprattutto per il ruolo interpretato in “Braccialetti Rossi”; Sindoni ha posto l’accento sul problema della diversità, di come viene percepito non dall’esterno ma, piuttosto, dalla famiglia del ragazzo, dalla madre nello specifico. Il regista, Vittorio Sindoni, ha scelto un cast di volti noti del cinema italiano: oltre ai due protagonisti, infatti, ci saranno Giulia Bertini, vista recentemente in “L’Allieva” su Rai1, oppure la grande Paola Quattrini, Vincenzo Amato e Paolo Sassanelli. Con una bella intervista su UrbanPost, Vittorio Sindoni ha presentato il suo nuovo lavoro cinematografico, ecco cosa ci ha raccontato.

Caro Vittorio, lei tratta con particolare attenzione un tema attuale: ci racconta come è nato “Abbraccialo per me”?
“Mi sono ispirato a una storia vera, una documentazione che mi ha guidato lungo tutto il film. Nel mondo della psichiatria ci sono opinioni diverse e il nostro obiettivo era quello di analizzare le conseguenze che si riscontrano in un ambiente familiare che vive il dramma di un ragazzo con disabilità intellettiva. Abbiamo voluto porre l’accento la vicinanza e l’amore che un nido familiare è capace di dare al ragazzo mettendo da parte quei consigli, spesso fin troppo immediati, di ricovero o addirittura di utilizzo degli psicofarmaci così da annullare quasi la vita del paziente. Con ‘Abbraccialo per me’ vogliamo dare un’idea positiva della comunità che vive intorno a un ragazzo che presenta disabilità intellettiva: non solo l’amore viscerale di una madre ma anche le capacità di una sorella che, come vedremo verso la fine della pellicola, saprà trovare una speranza di vita migliore sia per il ragazzo che per la madre la quale potrà liberarsi da questa ossessione. In questo film emerge anche un contrasto tra la madre e il padre perché quest’ultimo vorrebbe percorrere un’altra strada per curare il figlio mentre la mamma, con il suo sentimento d’amore, vuole proteggerlo con la forza dallo scherno della comunità. È una storia, ahimè, molto attuale perché è un dramma che si verifica in ogni angolo della società, oggi leggiamo tante notizie di ragazzi impossibilitati ad andare in gita con le scuole o di povere creature che devono fare i conti con soprusi.”

Un cast ricco di nomi importanti, su tutti i due protagonisti: iniziamo da Moisè Curia, ci racconta come lo ha convinto?
“Dico la verità, non lo conoscevo per la sua fiction “Braccialetti Rossi” e mi è stato presentato da una mia amica con cui stavo lavorando per i casting. Io le ho chiesto se avesse qualche nome in mente e mi ha presentato una selezione di quattro nomi: quando ho visto quel viso tenerissimo sono rimasto stregato, le ho detto di farmi mettere subito in contatto e dopo un’ora ci siamo già incontrati con Curia. Davvero, un ragazzo dolcissimo e timido ma con una personalità molto forte: non l’ho provinato, gli ho dato il copione da leggere e gli ho detto di dirmi solo quello che pensava e di farsi trasportare in scena. Quando si è incontrato con Stefania Rocca per la prima volta hanno trovato subito una grande intesa: dopo dieci minuti erano già mamma e figlio.”

Come ha convinto Stefania Rocca a sposare questo progetto cinematografico?

“In questi ultimi trent’anni la fiction italiana – spesso sottovalutata aggiungo – ha visto Stefania Rocca tra le maggiori protagoniste. Per il progetto che avevo in mente ho pensato lei fosse la persona ideale da coinvolgere: una faccia che comunica, una mimica capace di esprimere i sentimenti che io ricercavo, l’amarezza del dramma interiore. Questa madre da interpretare era molto difficile e temevo che, quando ha iniziato a lavorare a questo progetto, lei potesse sentirsi non appagata, non soddisfatta. Dopo qualche ora sono stato contattato e ricordo testuali parole: ‘I tratti del personaggio sono così perfetti che ho una gran voglia di farlo.’ Stefania ha incarnato lo spirito della madre che ricercavo presentando quei sentimenti che sono vivi solo nelle mamme siciliane, quella forza e coraggio che non si trovano facilmente in altri luoghi d’Italia.”

Dia un motivo convincente per cui i nostri lettori dovrebbero andare a vedere “Abbraccialo per me”…
C’è tutto, abbiamo avuto grande forza e coraggio nel mettere in piedi una storia davvero completa: chi ha già avuto la fortuna di vederlo in anteprima non ha fatto altro che complimentarsi perché presenta uno spaccato di vita quotidiana davvero molto reale.

Il tema della diversità affrontato in “Abbraccialo per me” è così forte da aver convinto anche le “Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza”: che soddisfazione si prova a ottenere risultati così importanti?
“Il patrocinio nasce da una curiosità dell’allora Garante, Vincenzo Spadafora, che mi ha chiesto di vederlo e l’ho invitato in sala mixaggio: quando è finita la proiezione aveva gli occhi umidi e, per quanto è stato colpito, lo ha fatto patrocinare con decreto il giorno 6 agosto. Una soddisfazione anche perché a questa sceneggiatura ci ho lavorato per più di un anno ma avevo dietro ancora il modus operandi della fiction. Grazie al grande Angelo Pasquini, però, siamo riusciti a trovare un punto di incontro: paradossi della vita? Usciamo contemporaneamente nelle sale cinematografiche visto che lui ha curato in prima persona la sceneggiatura de ‘Le Confessioni’. Con una battuta gli ho detto di fare pubblicità a noi che siamo più piccoli, siamo già contenti di uscire in 30 sale anche se ci sono molte richieste grazie alla spinta di diverse associazioni attente al tema.”

Sindoni, lei è assente dal mondo cinematografico dal 1990: che cambiamenti ha percepito in questa sua nuova avventura rispetto al passato?
“Indubbiamente il passaggio dalla pellicola al digitale ha cambiato i ritmi di lavoro: una volta, per sapere se un ciak fosse buono o meno, bisognava attendere anche una settimana. Adesso appena premi stop hai la possibilità di vedere cosa è andato, cosa si può migliorare, tutto subito e sul momento; io, poi, sono uno che vuole condividere il set con i suoi attori e mi piace far vedere loro come sono andati subito dopo per spiegargli cosa non mi è piaciuto, insomma tutto quello che c’è da dire. Dal punto di vista operativo, invece, posso dire di non aver percepito differenze perché mi servo di una troupe, sempre la stessa, da oltre trent’anni con cui ho un grande rapporto non solo professionale ma anche e soprattutto umano.”

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